venerdì 5 marzo 2010

Montese: "Riaffiorano i resti di un tedesco ucciso"


Da Il Resto del Carlino - Modena del 4 marzo 2009
Riaffiorano i resti di un tedesco ucciso caduto nella battaglia del '45 con i brasiliani
di Walter Bellisi

- MONTESE -
DOPO 65 ANNI dalla morte, a Montese sono stati trovati i resti di un soldato tedesco ucciso durante la seconda guerra mondiale. Erano quasi sulla vetta del Montebuffone, coperti da poco più di un metro di terra.Quasi sicuramente fu colpito nella sua trincea dal fuoco dei soldati brasiliani durante gli ultimissimi giorni di guerra su questi monti, tra il 15 al 19 aprile '45. Oltre alle ossa, sono stati trovati una parte del piastrino di riconoscimento, l'armamento e gli oggetti personali. Sono stati Giovanni Sulla e Luigi Zanardi di Montese assieme a Riccardo Silvestri di Venezia, con i loro cercametalli, a ritrovare questi resti mortali
appartenuti a un uomo di statura alta e non giovanissimo. Hanno impiegato un paio di giorni, dopo il primo 'bip' che indicava la presenza di metallo, per portare a termine il recupero. «QUESTO SOLDATO - spiega Sulla - apparteneva di sicuro alla 114a Jäger Division, una divisione leggera tedesca che quassù impiegò i reggimenti e difendeva quest'altura a nord del paese di Montese». Montebuffone è stata una delle ultime difese tedesche della battaglia di Montese iniziata il 14 aprile e conclusasi il 19 con il ritiro delle truppe germaniche. «Questo soldato fu colpito nella sua buca - continua Sulla -. Vicino aveva il suo armamento: un Mauser K98. Purtroppo l'acidità del terreno non permette di leggere quello che resta del piastrino. Vicino alle ossa c'era tutto il corredo personale: l'elmetto integro, la borraccia, il gibernaggio, la penna stilografica di madrcperla che penso funzioni ancora. C'erano diverse schegge anche grosse: potrebbe essere stato colpito al volto da una di queste, perché non abbiamo rinvenuto la mandibola e il cranio è spezzato. Dalle dimensioni delle ossa si può ritenere si tratti di un uomo alto e attempato, aveva una protesi dentale. In questo luogo, a mezzo chilometro dal paese di Montese dovrebbero essere sepolti ancora una cinquantina di caduti tedeschi». I resti del soldato sono stati portati alla Medicina legale di Modena.

giovedì 4 marzo 2010

Davide Perlini: «Ho ritrovato mio padre e mia sorella dopo 65 anni»



Da Il Resto del Carlino del 30 gennaio 2010 riportiamo l'articolo di Gianni Leoni
«Ho ritrovato mio padre e mia sorella dopo 65 anni»
La lunga ricerca di un bolognese. Sua madre amò un soldato scozzese

di GIANNI LEONI —BOLOGNA—
«MIO PADRE David era un soldato britannico, ma io non l’ho mai conosciuto. Ha altri figli? E dov’è adesso? Una piccola serie di domande inutilmente rilanciate di porta in porta per cinque, lunghissimi anni da uno all’altro dei paesi dell’Appennino toscoemiliano, agli gli amici e ai parenti, agli sconosciuti, ai quotidiani e ai periodici, alle associazioni, alle radio e alle tv, durante dibattiti e ricorrenze, lungo strade, campi, municipi, parrocchie, boschi e sentieri. Poi, l’altro giorno, una flebile luce ha rischiarato il buio: forse..., e su quello spiraglio la straordinaria ricerca di Davide Perlini, 65 anni, portalettere in pensione, ha preso vigore. E infatti, una generosa catena di solidarietà avviata dalla trasmissione ‘Chi l’ha visto?’, proseguita dalla molisana Raffaella Matera, appassionata di genealogia e dal giornalista Filippo Baglini, che risiede in Inghilterra, ha superato il mare, è approdata in una casa lontana ed ha finalmente ricomposto il grande puzzle di una storia in sospeso. «Per tanti anni sono stato un padre senza padre. Adesso ho cancellato l’angoscia dal mio cuore. Mio padre, quinto di otto fratelli, era venuto al mondo [...] [in una cittadina del] Lanarkshire, Scozia, ed è scomparso nel ’94. C’è invece una sua figlia, mia sorellastra, con la quale sono già in contatto. Sapere l’uno dell’altro, scriverci, scambiarci i ricordi e le immagini, sognare l’abbraccio del primo incontro ha procurato a entrambi un’emozione fortissima e una gioia senza limiti», racconta. Alla mancanza di quell’uomo senza voce, Davide Perlini, figlio di Fernanda Perlini e di un portaordini inglese svanito tra i monti di Castiglion dei Pepoli sull’eco dell’ultima bomba di guerra, non si era mai rassegnato. «Dov’è papà?», quasi supplicava un giorno dopo l’altro. La madre, però, dopo una timida, iniziale ricerca affidata a una lettera senza risposta si chiuse nel silenzio e vincolò il figlio a una sofferta promessa: «Finché sono in vita non cercarlo». E DAVIDE a quel patto si attenne. Ma nel 2005, rimasto orfano, decise di ricostruire la storia della sua nascita e quindi di cercare chi lo aveva messo al mondo. Un tetro ventaccio di bombe e di paura correva tra i boschi e risaliva i monti quando il soldato David Jackson, nel 1944, incontrò Fernanda, a Lagaro di Castiglion dei Pepoli. Un clima senza domani nel quale riuscì a farsi strada una parentesi d’amore. «Tornerai?», chiese la giovane. «Tornerò» promise il portaordini in partenza. Lei rimase incinta, ma lui era già lontano. E quando il tuono delle bombe lasciò il posto alla speranza, la nascita del ‘bastardino’ concentrò gli indici accusatori contro la ‘svergognata’. «La mamma mi affidò a un orfanotrofio e si trasferì a Milano a fare la serva», dice Davide. Poi, il ritorno a Bologna, il ricongiungimento con il figlioletto e quella promessa, quasi un ordine: «Tuo padre? Non cercarlo». Poi, cinque anni fa, l’avvio delle ricerche, ma la strada per risalire all’ex soldato si è fatta subito tortuosa perché i quesiti, le suppliche, gli appelli e i controllo ribaditi in un tam tam sorretto da un nome David Jackson, da un indirizzo senza conferma, New Place trenton RD Bermondsey, London e da una speranza puntualmente rinviata al giorno dopo si perdevano ogni volta nel nulla. C’è voluta la trasmissione ‘Chi l’ha visto?’, per imboccare il sentiero giusto. Raffaella Matera ha raccolto l’appello ed ha sfruttato l’unico indizio fornito daDavide: un pezzo di giornale dei tempi di guerra con la foto di tre fratelli Jackson militari in zone diverse dell’Italia, ma per una volta insieme. L’aveva pubblicata la ‘Gazette’ di Carluke, in Scozia, il 19 maggio 1944. E proprio in quella zona risiedeva la famiglia Jackson. IL GIORNALISTA italiano Filippo Baglini, che lavora in un giornale on line per gli italiani in Inghilterra, ha svolto con successo l’ultima, delicatissima fase: quella di informare la figlia del soldato David Jackson sull’esistenza di un fratello in Italia. «Finalmente il mio sogno è diventato realtà. Abbraccerò mia sorella e sarà un po’ come abbracciare mio padre», dice, commosso, Davide Perlini.

martedì 23 febbraio 2010

26 febbraio: Bologna, CASERME ROSSE - IL LAGER DI BOLOGNA (8 settembre 1943 – 12 ottobre 1944)


CASERME ROSSE - IL LAGER DI BOLOGNA (8 settembre 1943 – 12 ottobre 1944)
Rritrovo dei partecipanti alla cerimonia di commemorazione dei Carabinieri (“Colpevoli di un solo giuramento”), dei militari e dei civili rastrellati dai nazifascisti ed imprigionati in caserme rosse prima della deportazione nei lager tedeschi o della destinazione al lavoro coatto in italia, ricordo dei fucilati ignoti di Caserme Rosse.
Venerdì 26 febbraio 2010
Ora: 10.45 - 13.00
Bocciofila ex Caserme Rosse
Via di Corticella 145
Bologna, Italy

sabato 20 febbraio 2010

Federico Bertelli non ha sentito suonare la Campana della Pace

Dal blog di Giuseppe Vezzoni "La Libera Cronaca del Giornale che non c'è" del 19 febbraio 2010
Federico Bertelli non ha sentito suonare la Campana della Pace

Forte dei Marmi - É morto ieri Federico Bertelli, il superstite di Sant’Anna più anziano. Aveva 99 anni. Il 12 agosto 1944 perse nella strage nazifascista di Sant’Anna ben 17 famigliari. Nel dopoguerra fu anche presidente e cofondatore dell’associazione pro vittime di Sant’Anna, poi nel marzo 2000 Presidente onorario e socio fondatore dell’associazione Nuova Sant’Anna, il sodalizio costituito per la realizzazione della Campana della Pace, esposta al pubblico la prima volta il 13 ottobre 2002 davanti alla piazza del municipio di Pietrasanta. Da allora sono trascorsi 9 anni e 4 mesi ma l’artistico bronzo ancora non ha risuonato dal Col di Cava, luogo dell’Ossario. Federico Bertelli aveva elargito una notevole somma per la realizzazione della campana ma è morto senza vedere esaudita la sua aspirazione, così come sono già morti altri che hanno contribuito a realizzare l’opera. Su quest’opera v’è stato l’incomprensibile accanimento di molti, anche dell’Amministrazione di Stazzema, del Comitato Onoranze, dell’Associazione Martiri di Sant’Anna e degli abitanti della frazione di Sant’Anna, per ostacolarne la collocazione all’Ossario. Un libro occorrerebbe per scandirne le tappe, la strumentalizzazione e l’umiliazione che hanno dovuto subire coloro che si sono prodigati a realizzarla. La Libera Cronaca si augura che domani, quando Federico Bertelli sarà tumulato nel camposanto di Sant’Anna, qualcuno faccia suonare la Campana della Pace collocata, dopo varie peripezie, presso la mulattiera che sale all’Ossario. “ Federico Bertelli è morto con l’amarezza - ha dichiarato alla libera Cronaca Ennio Bazzichi, anche lui superstite e cofondatore delle due associazioni, Martiri di Sant’Anna e Nuova Sant’Anna,- di non poter vedere sistemata la campana nel luogo pensato, al Sacrario delle Vittime di Sant’Anna, affinché rintoccasse nella valle la memoria dell’ ora dell’eccidio. Alla sua amarezza accomuno anche la mia per la via crucis a cui è stata costretta l’opera, unicamente per dare soddisfazione a coloro che l’hanno avversata, non la volevano e che oggi è ancora lì, presso la mulattiera, dopo ben quattro anni durante i quali è stato impedito di portarla perfino nel paese dove abbiamo perso i nostri cari. La Campana, che è stata portata ad ammirare in tutta la Versilia ed è stata esposta anche nella Città di lucca, va collocata al più presto nel luogo dove potrà essere maggiormente avvertita, non ha colori politici, non deve essere strumentalizzata perché - conclude Ennio Bazzichi- la finalità è quella di rintoccare la memoria del 12 agosto 1944”. In questo momento di condoglianze alla famiglia, la Libera Cronaca non intende aggiungere altro, ma sulla Campana della Pace ritorneremo, ricordando che il bronzo è stato portato a Sant’Anna il 28 luglio 2006 e ufficialmente accolta il 6 agosto durante la manifestazione Un fiore a Sant’Anna. Ringraziamo anche il superstite Angelo Beretti che ci ha informato della morte di Federico Bertelli e ci ha invitato a scrivere questo pezzo. Le esequie del superstite Federico Bertelli si svolgeranno domani, alle 14,30, presso la chiesa di S. Ermete a Forte dei Marmi, città dove nel dopoguerra era andato a vivere. Poi la salma sarà trasportata al cimitero di Sant’Anna. Con questo breve pezzo, la Libera Cronaca ha inteso simbolicamente far rintoccare la Campana della Pace per uno degli artefici di questa artistica opera, istoriata con scene dell’eccidio dall’artista Romano Cosci e con due endecasillabi scritti dl prof. Giuseppe Cordoni: Risorgeremo se ci date pace/ Risorgerete se vi date pace/

Giuseppe Vezzoni- Addì 19.2.2010

giovedì 18 febbraio 2010

Il film dietro le quinte «Emozione Monte Sole»


Resto del Carlino - Bologna del 18 febbraio 2010
Il film dietro le quinte
«Emozione Monte Sole»

di Francesco Fabbriani

FRA COLORO che hanno partecipato alle riprese del film su Monte Sole di Giorgio Diritti, c’è anche Elena Birmani, di Sasso Marconi. Elena ha già recitato in teatro. «Ho colto l’invito a partecipare al casting e sono stata selezionata perché il mio viso è stato giudicato ‘antico’ e la mia figura minuta corrispondeva a quelle delle donne dell’epoca, maltrattate dalla fame e dalla guerra», precisa. E’ stato interessante? «Esperienza meravigliosa. Una volta che abbiamo capito l’importanza del film abbiamo accettato di buon grado ogni sacrificio, la levataccia alle 4 del mattino, il freddo e la pioggia. La cosa comunque che più mi è piaciuta è stata quella di farsi truccare. In teatro ti devi truccare da sola». Essere protagonista delle tragiche vicende di Monte Sole ha portato problemi? «La partecipazione emotiva è stata fortissima, soprattutto fra i ragazzi che hanno interpretato il ruolo di soldati germanici. Erano quasi tutti studenti tedeschi, olandesi o danesi a Bologna per l’Erasmus. I tedeschi ancora sentono il peso e hanno affrontato il lavoro nella convinzione di essere artefici di un messaggio che rifiuta la guerra e condanna il nazismo. Un ragazzo olandese, dopo il primo giorno di lavorazione, se ne è andato perché non sopportava la crudeltà del ruolo che gli era stato assegnato». Il film ha avuto anche critiche «Non tutti hanno capito il regista Giorgio Diritti. Il suo scopo non era quello di stabilire a chi sono da attribuire le colpe. Ha voluto dare immagine ai sentimenti della gente. E’ emblematica la frase finale della bambina protagonista che dice: ‘Perché si uccidono fra di loro? Perché non sono rimasti a casa con i loro bambini?’». E’ stata quindi un’esperienza gravosa? «Ci siamo anche divertiti. Coloro che hanno sofferto di più sono stati i bambini, che non capivano le urla dei soldati tedeschi: si spaventavano e piangevano davvero. Chi subiva di più questa pressione era Riccardo, un bimbo di tre anni al centro di un episodio divertente. Riccardo ha compiuto gli anni durante le lavorazioni e gli attori che impersonavano i nazisti si sono presentati sul set marciando minacciosi verso le vittime. Arrivati davanti a Riccardo, invece dei mitra hanno sfoderato una bella torta e gli hanno cantato gli auguri in tedesco. I cameramen hanno ripreso tutto poiché non sapevano che era un fuori programma. Peccato che la scena non possa essere inserita nel film».

martedì 16 febbraio 2010

Lucca, sabato 26 febbraio: "Strumenti per la valorizzazione e la gestione dei luoghi della memoria."

Convegno - Tavola rotonda
26 Febbraio 2010 - Lucca, Palazzo Ducale

"Strumenti per la valorizzazione e la gestione dei luoghi della memoria.
Verso una Fondazione per la gestione del Parco Nazionale della Pace di Sant’Anna di Stazzema"


26 febbraio 2010
Lucca
Sala Accademia 1, Palazzo Ducale
Sede Provincia di Lucca
Orario: 15:30 - 18.00


Importante
Per partecipare al convegno, Compilare il modulo allegato e inviarlo al Museo Storico della Resistenza di Sant’Anna di Stazzema via fax 0584/772025 o per e-mail santannamuseo@comune.stazzema.lu.it

Programma della giornata

Saluti Istituzionali:
Michele Silicani, Sindaco di Stazzema
Stefano Baccelli, Presidente della Provincia di Lucca

Interventi
Claudio Rosati (Dirigente Settore Musei della Regione Toscana):
"Luoghi e patrimoni delle memorie in Toscana"

Su. Carlo Carli, (Primo firmatario Legge istitutiva del Parco Nazionale della Pace):
"Dalla legge istitutiva alla Fondazione"

Simone Caponera (Museo Storico della Resistenza di Sant’Anna di Stazzema):
"L’esperienza di Sant’Anna di Stazzema"

Avv. Giancarlo Altavilla:
"La Fondazione: evoluzione giuridica ed elementi distintivi"

Conclusioni: Paolo Cocchi, Assessore alla Cultura Regione Toscana

Lucca, sabato 20 febbraio: "E poi venne il silenzio" di Irish Braschi

Anteprima docufiction "E poi venne il silenzio" di Irish Braschi
Sabato 20 febbraio ore 11- Lucca, Cinema Centrale

La docufiction "E poi venne il silenzio", riguardante l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema visto con lo sguardo dei sopravvissuti, sarà proiettata in anteprima al Cinema Centrale di Lucca sabato 20 febbraio alle ore 11.
Sarà presente l’autore e regista, Irish Braschi.

Si prega di dare conferma della partecipazione a uno dei seguenti contatti
tel. 0584 772025 - 0583 417204
santannamuseo@comune.stazzema.lu.it cerimoniale@provincia.lucca.it

Per visualizzare il percorso pedonale, partendo da Piazza Napoleone a Lucca, cliccare qui

sabato 20 febbraio 2010 ore 11
Lucca - Cinema Centrale - via di Poggio, 36

E POI VENNE IL SILENZIO
Sant’Anna di Stazzema 12 Agosto 1944

(60 min)
di Irish Braschi

una produzione 11 MARZO FILM (a.p.t.) in collaborazione con
RAI CINEMA - TOSCANA FILM COMMISSION

sabato 13 febbraio 2010

Un massacro girato al rallenti

Dal manifesto del 12 febbraio 2010
UN MASSACRO GIRATO AL RALLENTI
Fotogrammi DI STORIA
di Luca Baldissara

La memoria pacificata. Il film «L'uomo che verrà», dedicato all'eccidio di Marzabotto, ha fatto parzialmente i conti con le politiche di potenza nazista e fascista. Solo mettendosi dalla parte delle vittime si può evitare una rappresentazione fredda e distaccata di un passato ridotto a parentesi criminale di un passato remoto. Una lettura per il presente
Già per uno storico è difficile commentare un film su fatti del passato resistendo alla tentazione di misurarne il grado di rigore filologico. Se poi l'opera riguarda eventi studiati direttamente, diviene davvero ostico liberarsi dei vincoli posti dalla peculiare condizione di spettatore «informato dei fatti». È quanto mi è accaduto assistendo alla proiezione del film di Giorgio Diritti L'uomo che verrà, che racconta la cosiddetta «strage di Marzabotto», alla quale, con Paolo Pezzino, ho dedicato un volume frutto di un pluriennale lavoro di ricerca (Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole). Sono dunque entrato in sala con un misto di curiosità, aspettativa e anche sospetto: curiosità per come il regista avesse scelto di raccontare questo episodio; aspettativa per l'unanime riconoscimento tributatogli; sospetto sia riguardo le forme della rappresentazione di ciò che appare quasi impossibile rappresentare (il massacro con modalità particolarmente cruente di 770 persone, in grandissima parte donne e bambini), sia verso quella retorica elogiativa che ha finito con il circondare il film e che spesso cela la sostanza di un'opera inclinante ai buoni sentimenti che mettono tutti d'accordo.
Le immagini che si susseguivano sullo schermo non trasudavano però alcuna facile e lacrimevole retorica. L'uomo che verrà mantiene dal primo all'ultimo fotogramma un registro che può addirittura apparire freddo, distaccato, algido: non già perché lo sia, ma perché opta per una strategia narrativa che racconta la tragedia attraverso gli occhi di Martina, una bambina che vede ogni giorno, e con sempre maggiore frequenza, irrompere la guerra nella vita della sua famiglia e della comunità dei contadini di montagna cui appartiene.
I volti della guerra
La guerra assume le sembianze ora dei soldati tedeschi che salgono a cercare cibo non rinunciando ad importunare le ragazze, ora dei giovani della zona che si riuniscono per decidere se nascondersi o impugnare le armi, ora degli adulti preoccupati per i bombardamenti e per gli approvvigionamenti, ora degli sfollati che giungono spaventati dalla città, ora dei partigiani che appaiono dapprima eroi giocosi, poi martiri quando caduti o feriti, e anche spietati interpreti della guerriglia quando uccidono i soldati catturati. Diritti tiene lontana la retorica perché rifugge il facile pedagogismo - già sappiamo che la guerra è lutto e dolore - e perché non ammicca ai buoni sentimenti dello spettatore. Sceglie di raccontare il massacro attraverso gli occhi di chi non solo non sa cosa accadrà domani ma che non è del tutto consapevole del pericolo di ciò che accade oggi, di chi non sa bene perché i tedeschi stiano proprio lì e non con i loro bambini là dove abitano, lontano, di chi non ha paura perché la curiosità del nuovo prevale sulla paura dell'ignoto, di chi assisterà al massacro senza coglierne appieno la tragica portata degli effetti e, grazie a un primigenio vitalismo, si salverà e salverà il fratellino appena nato (l'uomo che verrà, appunto), al contrario del padre, che un insopportabile dolore condurrà a correre letteralmente incontro alla morte.
Il massacro si abbatte su di una comunità contadina descritta sino a quel momento nei ritmi lenti della sua vita quotidiana, ricalcati sui ritmi della natura. Tempi di vita e lavoro che si intrecciano con i ritmi della socialità e che si scontrano con l'aspra dimensione sociale dei rapporti di mezzadria e con la dimensione politica del fascismo, che a quei rapporti e a quelle terre tiene ancorati i contadini. Anzi, tra i meriti del film vi è quello di descrivere con accuratezza la vita contadina, restituendone la lentezza e la ripetitività di quei gesti secolari senza tradurle in noia, e di restituirne esemplarmente l'habitat grazie ad una straordinaria fotografia, che dà conto tanto della maestosità narcotica di quei paesaggi quanto delle ostili condizioni ambientali e climatiche di quel territorio.
Il quarantaquattro sulla divisa
È un mondo che non c'è più, scomparso da oltre mezzo secolo, e che è difficile da comprendere oggi. È un mondo sul quale sta per abbattersi il ciclone della guerra, un fronte di fuoco che avanza inesorabilmente. Che piomba sulla comunità annunciato da tuoni e lampi, quelli delle artiglierie che nel settembre 1944 battono le difese della Linea Gotica, poco più a sud di Monte Sole e delle povere case contadine abbarbicate sui suoi pendii.
La guerra evocata in questo film non ha buoni e cattivi, ragioni legittime per combattere e strategie da attuare. È un evento distruttivo che colpisce la comunità, allo stesso modo di un evento naturale. Non ha senso, non ha spiegazioni, non ha possibilità di essere razionalizzato. Solo subìto. Così, quando giungono quei tedeschi con il quarantaquattro sul colletto (come spesso le SS runiche erano percepite) essi appaiono immediatamente diversi da quelli che li avevano preceduti, non parlano la loro lingua, la urlano. Fanno paura, sono cattivi, impartiscono ordini gutturali e incomprensibili. Fanno quello che sono stati addestrati a fare, sono quello che gli è stato insegnato, come afferma un ufficiale nella sagrestia di uno dei cinque sacerdoti che troveranno la morte nel massacro. Fanno quello che allora nessuno si aspetta: uccidono indiscriminatamente gli inermi, anziani e paralitici, donne e bambini. Distruggono e ammazzano di giorno, ridono e festeggiano la sera. Il ciclone bellico è sospinto in avanti e colpisce per mezzo di agenti che hanno perso - se mai hanno avuto - ogni profilo umano. Come trombe d'aria, si avvicinano rombando, fanno tabula rasa, passano oltre lasciando una scia di distruzione e morte, ferite fisiche e morali. Perché?
La risposta al lancinante «perché» è implicitamente suggerita e risolta da Diritti nell'insensatezza della violenza, nella mancanza di un perché razionalizzabile e comprensibile. L'impossibilità di rispondere si fa dunque risposta astorica. I morti di Monte Sole del 1944 non sono diversi da quelli di My Lai nel Vietnam del 1968, da quelli di Srebeniça del 1995, dalle vittime delle guerre di Cecenia e dell'Iraq. Là dove vi sono uomini che si combattono, là vi sono uomini - e donne e bambini - che soffrono e muoiono. Non vi è un perché al massacro di civili inermi, alla distruzione senza apparente necessità, alla morte inflitta con la volontà di far soffrire, alla derisione e alla disumanizzazione delle vittime. Il film si rivela quindi un poetico omaggio alle vittime di allora, implicitamente a quelle di oggi e di tutte le guerre. Ma un omaggio che mentre da una parte ammonisce circa l'intrinseca, cieca e ineliminabile violenza della guerra in sé, dall'altro può generare un senso di distanza tra noi e ciò che vediamo sullo schermo. Giacché è proprio l'imprevedibilità e l'incomprensibilità del massacro a distanziarci da esso, a rendere impossibile qualsiasi intelligenza dell'evento.
Un film non è però un saggio e non va giudicato con gli strumenti della storiografia. Si tratta semmai di considerazioni intorno al contesto del film, a quello «spirito dei tempi» che non può non condizionare lo sguardo e la percezione degli spettatori, pur diversi per età, esperienza, cultura. Non si può infatti ignorare che il cinema rappresenta una porta d'accesso al passato, che un film è - può essere - uno strumento importante di riordino del passato, quindi anche un modo di stabilire come stare nel presente con la coscienza e la conoscenza, la rappresentazione e la memoria del passato. E questo film compie al riguardo una scelta precisa: assume il punto di vista della comunità delle vittime, di coloro che hanno subìto la violenza senza comprenderne le ragioni. In fondo, gli occhi di Martina sono anche i nostri: guardiamo a quel massacro estraniati, incapaci di cogliere le ragioni di quanto sta per accadere, increduli quando accadrà, sconcertati e confusi dopo che è accaduto.
La strategia della tabula rasa
Invece, quel massacro ha una ratio: il comando tedesco deve garantirsi il controllo di un territorio strategicamente cruciale, nel cuore della Linea Gotica alla quale gli Alleati stanno portando un durissimo attacco, che si teme possa essere supportato da azioni di guerriglia della brigata partigiana che opera in quel settore. E la strategia adottata sarà quella della tabula rasa: non si contrastano i partigiani cercando di agganciarli e annientarli in combattimento, ma azzerando le condizioni che rendono possibile l'operatività della brigata. Si distrugge l'habitat della guerriglia per impedirne l'azione. Si incendiano le case dove trovano ricovero i partigiani, si ammazzano i civili che spesso ne sono anche i familiari, sempre le fonti di informazione, si rende inospitale il territorio che li ospita. E con il massacro quella brigata, che pure ha pochissime perdite, in effetti cesserà di esistere. Dal punto di vista tedesco, il massacro è una brillante operazione militare. Di guerra ai civili, certo, ma pur sempre riuscita nei suoi obiettivi. Non a caso, l'anello di una lunga catena di episodi simili nel corso della ritirata aggressiva che le armate tedesche stanno effettuando nell'Italia del 1944.
Si obietterà però che, anche ammettendo un tale scopo ad un massacro condotto come un'operazione di guerra, non occorreva sommarvi pure l'accanimento della violenza e del sadismo. Che anzi questo «di più» di violenza forse nega la strumentalità del massacro. Che, come sostenne un magistrato nel 1951 durante il processo a Walter Reder, l'unico tra i responsabili ad aver pagato con il carcere, si trattava di un «criminale in occasione della guerra». La guerra avrebbe cioè rappresentato solo il contesto favorevole alla liberazione degli istinti criminali, del male che già albergava in questi uomini. Ma proprio la sistematicità della politica del massacro, l'estensione degli episodi e di coloro che li eseguono, suggerisce che così non può essere. Che tale spiegazione non può bastare a comprendere. Perché nella cultura di guerra nazista confluiscono tante e diverse culture della violenza: quella militare, che vede nei combattenti irregolari, i partigiani, una minaccia al monopolio della violenza da parte dello stato, un elemento di indebolimento e possibile dissoluzione del potere statale; quella ideologica, che vede nel guerrigliero un sovversivo, che identifica il partigiano con il «rosso», il comunista (anche quando così non è, come proprio nel caso di questi partigiani); quella razziale, che giudica gli italiani infidi e inaffidabili, proprio come nell'esperienza coloniale degli europei gente spesso ritenuta un gradino al di sotto dell'umano, per questo massacrabile.
Le politiche di potenza
Se al massacro di Monte Sole si guarda non solo con gli occhi della vittima, se quegli scenari sono ripopolati dei vari protagonisti - oltre ai civili, i fascisti, i tedeschi, i partigiani, le spie - e delle loro culture, forse la memoria che verrà potrà trovare qualche fattore di risposta al «perché». Forse la comprensione - che non è giustificazione - potrà muovere un passo innanzi. E forse, allora, si ricollocherà la vicenda di quel massacro ormai lontano nella storia dell'Europa contemporanea, del suo rapporto con la guerra e con le politiche di potenza. Se non ci si addentra in questi territori, dissestati e minacciosi, inquietanti e angoscianti, non si comprenderà perché tutto ciò è potuto accadere: perché nel codice genetico della società occidentale è maturato nel corso dell'età contemporanea un approccio alla violenza che ha disumanizzato il nemico - l'indigeno da colonizzare, il combattente partigiano di una guerra irregolare, l'avversario politico da annientare - per poterlo poi distruggere. Potrà non piacere, potrà spaventare, potrà infastidire, ma se non si riconduce la violenza di quel massacro alla storia e alla cultura di un'epoca lunga non se ne potrà comprendere appieno l'origine, finendo magari con il relegarla nell'antro oscuro del male. Nemmeno se ne potranno cogliere gli elementi che perdurano, e che spiegano, ben più della natura intrinsecamente violenta della guerra, perché quei massacri si rinnovano. E se non vi è comprensione di quel passato non vi sarà neppure capacità di azione nel presente affinché ciò non abbia più ad accadere.

mercoledì 10 febbraio 2010

Fornaci di Barga (Lu), 25 febbraio 2010: Prima Visione Del Film NATALINO


Fornaci di Barga (Lu), 25 febbraio 2010: Prima Visione Del Film NATALINO
Giovedì 25 febbraio 2010, al Cinema Puccini di Fornaci di Barga (LU), Ora: 21.00 - 23.55
Prima Visione Del Film NATALINO
Dopo un anno di lavorazione, siamo fieri di annunciare la prima visione dell'ultimo film di David Melani " NATALINO "

INGRESSO GRATUITO !!!

Lucca 1943-1944. Rileggere la storia, vivere il presente


Lucca 1943-1944. Rileggere la storia, vivere il presente

Si tratta di un momento di confronto sulla storia della Repubblica Sociale Italiana, con particolare attenzione alla vicenda delle Brigate Nere ed a quanto accaduto nel territorio della Lucchesia, con la nascita della XXXVI bn "Mussolini" che, guidata da Idreno Utimpergher, è stata protagonista nell'estate 1944 di una serie di violenze e azioni criminali che hanno contraddistinto le ultime settimane di guerra della nostra provincia. Gli studiosi presenti discuteranno anche sui perché della sedimentazione, nel dopoguerra italiano, di una memoria pubblica assai selettiva riguardo alle violenze e ai crimini compiuti dal fascismo e dalla RSI, in Italia e fuori d'Italia.
Al mattino l'incontro sui medesimi temi si terrà con alcuni studenti di scuola superiore della nostra provincia.
L'iniziativa prende le mosse e si pone come risposta civile, infatti, alla nascita nel 2009 di un gruppo su su facebook che inneggia proprio alla memoria della XXXVI "Mussolini" e di Idreno Utimpergher, che registra a oggi oltre 300 iscritti, molti dei quali giovani.

martedì 9 febbraio 2010

Strage di Vallucciole: altri sei sotto processo


Strage di Vallucciole: altri sei sotto processo
Da Nove da Firenze, Martedì 9 febbraio 2010
di Massimo Orlandi

Altri sei ex ufficiali nazisti sono stati rinviati a giudizio per la strage di Vallucciole (frazione di Stia, in provincia di Arezzo) e per altri atrocità compiute nell'appennino tosco-emiliano durante la primavera del 1944. Lo ha stabilito ieri il Gup del tribunale militare di Verona; nella stessa occasione la Regione Toscana si è costituita parte civile così come era avvenuto in occasione del grande processo iniziato nell'autunno scorso per altri sei imputati degli stessi fatti di sangue. Ora le due tranche giudiziarie confluiranno in un unico processo, fissato per il 24 marzo. Quel giorno entrerà nel vivo l'ultimo grande processo per le stragi nazifasciste: la strage di civili nell'area della cosiddetta “linea gotica” che interessò in particolare il borgo di Vallucciole la cui popolazione venne interamente sterminata (tra le 108 vittime, oltre la metà furono donne e bambini).
E sempre il 24 marzo la Regione Toscana formalizzerà anche la richiesta di citazione come responsabile civile della Repubblica federale di Germania poiché queste stragi, messe in atto da ufficiali in servizio allo stato tedesco, “sono state compiute - si legge nella citazione - in totale dispregio del più elementare senso di umanità e dei valori comunemente accolti in ogni società civile, anche in tempo di guerra”.
Il processo riguarda l'uccisione di oltre 350 italiani avvenuta tra i borghi dell'appennino tosco-emiliano nella primavera del 1944.
Gli episodi che sono al centro del processo di Verona si svolsero nel giro di pochi giorni, dal 13 al 18 aprile cominciando proprio l'alba del 13 aprile con il fatto più cruento, a Vallucciole. Il piccolo borgo fu messo a ferro e fuoco, donne e bambini vennero trucidati: la più piccola vittima aveva appena tre mesi. Ma quella tremenda scia di sangue attraversò tutto il Casentino, da Partina, frazione di Bibbiena a Badia Prataglia (nel comune di Poppi) e ancora la zona del Monte Falterona (Castagno d'Andrea), arrivando sino all'area del Monte Morello, nel fiorentino. Un episodio tragico oggetto del processo riguarda anche Mommio, nel comune di Fivizzano (Ms).
Complessivamente nel versante toscano le vittime furono circa 200, 156 in quello emiliano.
I presunti responsabili di quegli eccidi sono stati rintracciati grazie alle indagini della procura militare che si è avvalsa della collaborazione degli investigatori tedeschi: in alcuni casi molto preziose sono state le intercettazioni disposte nei confronti dei presunti responsabili degli eccidi.
Tutti gli imputati facevano parte della divisione corazzata H. Goering, un corpo speciale non dissimile dalle SS.

lunedì 8 febbraio 2010

Sasso Marconi: 9 e 16 febbraio 2010 "Gli effetti del passaggio del fronte"


Dal blog "Notizie dalle valli del Reno e del Setta" di Francesco Fabbriani riportiamo la notizia dei due incontri:
Gli effetti del passaggio della seconda guerra nella valle del Reno verranno esaminati in due pubblici il primo dei quali è previsto per domani (9 febbraio), alle 21, nella sala della Pubblica Assistenza a San Lorenzo. Relazionerà l’ingegner Giancarlo Rivelli, noto studioso e titolare di una approfondita analisi della Linea Gotica. Il secondo incontro è previsto per martedì 16 febbraio. Ingresso libero. L’incontro è stato organizzato dal C.S.I. Sasso Marconi, in collaborazione con la Pubblica Assistenza, nell’ambito dei corsi per animatori turistico ambientali.

sabato 6 febbraio 2010

Parola d'Autore - Incontri al Museo Audiovisivo della Resistenza


Si aprirà domenica 28 febbraio la prima edizione della rassegna Parola d’Autore, organizzata e ospitata dal Museo Audiovisivo della Resistenza. È previsto un calendario di stimolanti iniziative culturali che, a cadenza mensile (da febbraio a giugno 2010), animeranno e valorizzeranno gli spazi del museo. Sarà inoltre possibile, dopo ciascun incontro e previa prenotazione, pranzare/cenare al ristorante del museo ed effettuare una visita guidata. Tutto questo per trascorrere insieme un’intera giornata al museo, con confronti e dibattiti costruttivi, condividendo il pranzo (o la cena) e visitando la collezione museale.

Programma

Domenica 28 febbraio 2010 alle h 11 – Presentazione del libro “Uccidere i civili. Le stragi naziste in Toscana (1943-1945)” di Gianluca Fulvetti. Interverranno Marco De Paolis - Magistrato del tribunale militare di Verona e Claudio Silingardi, Direttore dell’Istituto Storico della Resistenza di Modena. Modera il dibattito Maurizio Fiorillo - Comitato Scientifico Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo. Sarà presente l’autore.

Domenica 14 Marzo 2010 alle h 11 – Giornata di studio “Marzo 1944: primavera ribelle, fiorisce la Resistenza in Lunigiana”. Interverranno: Giovanni Contini – Soprintendenza Archivistica per la Toscana, Massimo Salsi – Ricercatore, Maurizio Fiorillo - Comitato scientifico del Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo. Saranno presenti i testimoni: Teresa Cheirasco, Pietro Gnecchi, Paolino Ranieri, Laura Seghettini e Pietro Zuccarelli.

Domenica 18 aprile 2010 alle h 11 – Presentazione del libro “La Resistenza spiegata a mia figlia” di Alberto Cavaglion – docente Università di Firenze. Modera il dibattito Maurizio Fiorillo - Comitato Scientifico Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo. Sarà presente l’autore.

Sabato 26 giugno 2010 alle h 17 Presentazione del libro “Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole” di Paolo Pezzino e Luca Baldissara. Modera il dibattito Maurizio Fiorillo - Comitato Scientifico Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo. Saranno presenti gli autori. Seguirà la proiezione del film “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti. E’ stato invitato il regista.

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Parola d'Autore - Incontri al Museo Audiovisivo della Resistenza

La news sul sito del Museo Audiovisivo della Resistenza

mercoledì 27 gennaio 2010

Mercoledì 27 gennaio, ore 21,30 la strage di Monchio a Rainews24


Dal comunicato n. 60 della Provincia di Modena del 26 gennaio 2010

MERCOLEDÌ 27 GENNAIO, STRAGE DI MONCHIO A RAINEWS24
A VERONA DECISIONE DEL GUP SU NUOVI RINVII A GIUDIZIO


Si intitola "La malora" lo speciale di Rainews24 dedicato all'eccidio di Monchio, Costrignano e Susano che, a cura della giornalista Vera Paggi, andrà in onda mercoledì 27 gennaio, alle 21,30, in occasione della Giornata della memoria. Il servizio, con la fotografia di Paola Nessi, ripercorre le vicende che portarono all'uccisione di 138 civili il 18 marzo del 1944 da parte di un battaglione della divisione "Herman Goering".
Oltre a interviste a testimoni del massacro e a parenti delle vittime, il reportage giornalistico propone anche immagini fotografiche inedite di alcuni degli imputati per i quali è iniziato il processo al Tribunale militare di Verona. Previste anche le interviste allo storico Claudio Silingardi e all'avvocato Andrea Speranzoni, difensore di parte civile della Provincia di Modena e di decine di familiari delle vittime.
Proprio mercoledì 27 gennaio, inoltre, è prevista la decisione del Gup del Tribunale di Verona sul rinvio a giudizio di altri tre imputati, oltre ai sei per i quali il procedimento è già giunto alla seconda udienza: Erich Koeppe, 90 anni, tenente dello Stato maggiore del III reparto della Goering, e i due caporali, entrambi di 84 anni, Horst Günther Gabriel e Alfred Lühmann. L'accusa è di concorso in omicidio plurimo pluriaggravato e continuato.
I sei militari già imputati sono: Hans Georg Karl Winkler, 87 anni, sottotenente, comandante della quarta compagnia; Fritz Olberg, 88 anni, sottotenente, comandante di plotone della terza compagnia; Wilhelm Karl Stark, 89 anni, sergente, comandante di squadra della terza compagnia; Ferdinand Osterhaus, 92 anni, sottotenente, comandante di plotone della quinta compagnia; Helmut Odenwald, 90 anni, capitano, comandante della decima batteria artiglieria contraerea; Günther Heinroth, 84 anni, soldato della terza compagnia

lunedì 25 gennaio 2010

Giorgio Diritti e il cast in tour in Emilia Romagna per "L’Uomo che verrà"

Riceviamo Da Vera Usai di Aranciafilm

Dopo il successo al Festival di Roma e dopo la calorosa accoglienza della critica è iniziata finalmente l’avventura in sala de “L’uomo che verrà”, il nuovo film di Giorgio Diritti.

In occasione dell'uscita del 22 gennaio, la Fice Emilia Romagna sta promuovendo, con il sostegno della Regione, un tour del regista e del cast nelle sale d’essai per accompagnare l’uscita del film che riveste un’importanza storica particolare per il territorio.

Di particolare significato anche l’interesse mostrato dalle scuole per le quali l’ufficio Agiscuola regionale ha già in cantiere una trentina di proiezioni mattutine in occasione del Giorno della Memoria (27 gennaio) e nei giorni seguenti.

Questi gli appuntamenti di oggi e della prossima settimana:
- 24 gennaio - Bergamo, Cinema Del Borgo. Alle 17.00 incontro con il regista Giorgio Diritti, ak termine della proiezione del primo spettacolo.
- 25 gennaio – Cesena, Cinema Eliseo. Alle ore 21.00 saluto del protagonista Claudio Casadio. Al termine della proiezione incontro con il pubblico.
- 26 gennaio - Reggio Emilia, Cinema Rosebud. Alle ore 21.00 saluto del protagonista Claudio Casadio e della co-sceneggiatrice e produttrice Tania Pedroni.
Al termine della proiezione incontro con il pubblico.
- 27 gennaio – Forlì, Cinema Saffi d’essai multisala. Alle ore 20.30 saluto del protagonista Claudio Casadio. Al termine della proiezione incontro con il pubblico.
- 3 febbraio – Rimini, Cinema Cineteca. Alle ore 21.00 saluto del protagonista Claudio Casadio. Al termine della proiezione incontro con il pubblico.

giovedì 21 gennaio 2010

L'uomo che verrà: la programmazione nelle sale italiane



Le città e le sale italiane dove il film sarà in programmazione dal 22 gennaio 2010:


CAMPANIA
1. NAPOLI - “Delle Palme”

EMILIA-ROMAGNA
1. BOLOGNA - “Rialto” & “Lumiere”
2. CASTEL SAN PIETRO TERME - “Jolly”
3. CESENA - “Astra”
4. FAENZA - “Sarti”
5. FERRARA - “Apollo”
6. FORLÌ - “Saffi” (dal 27/01)
7. MODENA - “Filmstudio”
8. PARMA - “D'Azeglio”
9. PIACENZA - “Nuovo Jolly” (dal 26/01)
10. RAVENNA - “Astoria”
11. REGGIO EMILIA - “Rosebud”
12. RIMINI - “Cineteca”
13. SAVIGNANO SUL PANARO - “Bristol”
14. SASSO MARCONI - “Marconi”
15. ZOCCA - “Roma”

LAZIO
1. ROMA - “Eden”
2. ROMA - “Nuovo Sacher”
3. ROMA - “Quattro Fontane”

LIGURIA
1. GENOVA - “Ariston”
2. LA SPEZIA - “Nuovo”

LOMBARDIA
1. MILANO - “Anteo”
2. MILANO - “Eliseo”
3. MILANO - “Mexico”
4. BERGAMO - “Del Borgo”
5. CREMONA - “Chaplin”
6. GALLARATE - “Arti”
7. MONZA - “Capitol”
8. PADERNO DUGNANO - “Metropolis”
9. SESTO SAN GIOVANNI - “Rondinella”
10. VARESE - “Nuovo”

MARCHE
1. ANCONA - “Galleria”
2. FERMO - “Sala Degli Artisti”
3. PESCARA - “Cinema Massimo”

PIEMONTE
1. TORINO - “Romano”
2. ALESSANDRIA - “Comunale”

PUGLIA
1. BARI - “Bari Film Festival” (il 27/01)
2. BARI - “Splendor” & “Esedra” (dal 29/01)

SARDEGNA
1. CAGLIARI - “Il Vicoletto”

SICILIA
1. CATANIA - “Ariston”
2. PALERMO - “Aurora”
3. SCIACCA - “Badia Grande”
4. TRAPANI - “King”

TOSCANA
1. FIRENZE - “Portico”
2. CHIUSI - “Clev Village”
4. PRATO - “Borsi”
5. SIENA - “Nuovo Pendola

VENETO
1. PADOVA - “Multiastra”
2. PORDENONE - “Zero”
3. UDINE - “Visionario”
4. VENEZIA - “Giorgione”
5. VICENZA - “Odeon”

Martedì 26 gennaio 2010 – ore 17,00
Palazzo Municipale – Sala di Rappresentanza
Piazza Grande, 5 – Modena
presentazione del volume di
Claudio Silingardi

ALLE SPALLE DELLA LINEA GOTICA
Storie luoghi musei di guerra e resistenza
in Emilia Romagna
Edizioni Artestampa 2009

Presiede
Giuliano Albarani
Presidente Istituto Storico di Modena

Saluti di
Giorgio Pighi
Sindaco di Modena

Elena Malaguti
Assessore Istruzione, Politiche Giovanili, Cultura e Sport della Provincia di Modena

Andrea Landi
Presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Modena

Interventi di:
Stéphanie Boissard
Maison d’Izieu, Mémorial des enfants juifs exterminés, Projets Italie

Paolo Pezzino
Docente di storia contemporanea dell’Università di Pisa

Sarà presente l’autore

mercoledì 20 gennaio 2010

Il diario della strage scritto dagli umili: capolavoro al cinema, cast eccezionale

Dal Corriere della Sera del 20 gennaio 2010
Sugli schermi / «L'uomo che verrà»
Il diario della strage scritto dagli umili: capolavoro al cinema, cast eccezionale di Paolo Mereghetti
Già premiato a Roma, Giorgio Diritti offre un esempio (raro) di nuovo stile e di non ostentata classicità
Al Festival di Roma aveva vinto il Gran premio della Giuria e quello del Pubblico (con qualche scorno per chi non l’aveva selezionato a Venezia) e oggi inaugura — speriamo beneaugurante—la distribuzione della rinnovata Mikado, passata di mano (da DeAgostini a Tatò) nell’autunno scorso. «L'uomo che verrà», ambientato nelle colline bolognesi vicino a Marzabotto, racconta la dura vita quotidiana della famiglia contadina Palmieri, dall’inverno 1943 all’autunno 1944: i nazisti presidiano con determinazione la Linea gotica, i partigiani si impegnano nell’infastidire e sabotare le azioni degli occupanti e i civili cercano di campare alla meno peggio, subendo le intimidazioni degli uni e le richieste degli altri, mentre la vita non può che continuare il suo percorso: Lena (Sansa) porta in grembo l’«uomo che verrà» a cui fa riferimento il titolo, la cognata Beniamina (Rohrwacher) spera di migliorare la sua condizione andando a servire a Bologna, il marito Armando (Casadio) si dibatte tra i vincoli della mezzadria e le imposizione fasciste, tutti, insieme ai contadini che abitano nella stessa cascina, condividendo la dura vita quotidiana e quel che resta della voglia di trovarsi insieme a ballare o chiacchierare.
A guidare lo spettatore c’è lo sguardo curioso di Martina (Zuccheri Montanari), la figlia di Lena e Armando, diventata muta dopo la morte di un precedente fratellino e trepidante custode di quello in arrivo: grazie a lei conosciamo i comportamenti delle truppe naziste, le fughe precipitose nei nascondigli tra i boschi, le azioni dei partigiani, le morti e le sconfitte, ma soprattutto l’inevitabile intrusione della guerra, e della sua violenza, nella vita di tutti i giorni. Il fratellino nascerà nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 e la Storia ci ha già detto che cosa succederà negli stessi giorni: in nome di un’agghiacciante esigenza di «bonifica territoriale», i nazisti rastrellano più di ottocento persone, soprattutto donne, bambini e anziani, che uccidono senza nemmeno la giustificazione di una rappresaglia. Non anticipiano il destino dei personaggi che abbiamo conosciuto e che il film mostra con documentata partecipazione ma sarebbe ingiusto ridurre L’uomo che verrà a una, pur corretta, ricostruzione della strage di Monte Sole (Marzabotto è solo uno dei comuni della zona, quello più conosciuto).
Diritti guarda oltre, alla sofferenza e alla disperazione di tutti coloro che il cinismo del linguaggio definisce come «danni collaterali», al dolore e alla tragedia di quegli inermi che pagano sulla propria pelle la follia della guerra. Per farlo non amplifica le occasioni di spettacolo o di suspense. Non gli interessa — giustamente — farci palpitare per chi si salva perché dietro a ogni vita risparmiata ce ne sono troppe distrutte. Piuttosto vuole farci riflettere sulle assurdità delle guerre e delle violenze. E non tanto in nome di un pacifismo razionale ma per un’umanissima empatia con le vittime. A quegli uomini, quelle donne e quei bambini che vanno incontro alla morte ci siamo affezionati vedendo la grama vita quotidiana, sentendo il loro odore di terra o di stalla e soffrendo la loro stessa povertà, ascoltando la durezza di una lingua che ha le stesse asprezze dei volti (per questo era necessario far parlare tutti in dialetto; per questo non disturbano i necessari sottotitoli). Diritti filma tutto con uno stile che sarebbe piaciuto a Bazin e a chi come lui rivendicava al cinema la capacità di restituire sullo schermo la forza della realtà: gira dal vero, mescola volti di professionisti (Sansa, Rohrwacher, Casadio: tutti eccellenti) a altri presi sul posto (la piccola Greta Zuccheri Montanari ma anche i tanti vecchi dei luoghi, alcuni, da giovani, testimoni del vero eccidio nazista), evita luoghi comuni e cadute retoriche. E riesce a regalarci una delle più belle prove di un cinema finalmente necessario, di altissimo rigore morale e insieme di appassionante e coinvolgente forza civile. Un capolavoro.
Paolo Mereghetti

giovedì 14 gennaio 2010

Strage di Monchio Potrebbero diventare nove gli imputati al processo

Da "La Gazzetta di Modena" del 13 gennaio 2010, pagina 22
Strage di Monchio Potrebbero diventare nove gli imputati al processo
PALAGANO. Potrebbero presto diventare nove gli imputati al processo che si svolge al tribunale militare di Verona per la strage di Monchio, Costrignano e Susano da parte di un battaglione della divisione Herman Goering. Agli attuali sei imputati, per i quali il procedimento è già alla seconda udienza, si potrebbero aggiungere anche Erich Koeppe, 90 anni, tenente dello Stato maggiore del III reparto della Goering, e i due caporali, di 84 anni, Horst Gunther Gabriel e Alfred Luhmann. Mercoledì 27 gennaio sarà il Gup del tribunale di Verona a stabilire il rinvio a giudizio di Koeppe; per i due caporali sarà chiesta dal pm sulla base delle prove emerse nelle scorse settimane dalle rogatorie internazionali «che contengono specifiche ammissioni, come nel caso del diario di guerra che Luhmann era solito scrivere in quegli anni» ricorda l’avvocato Andrea Speranzoni, difensore di parte civile della Provincia e di decine di familiari delle vittime, che si assocerà alla richiesta di De Paolis. La riunione dei due processi potrebbe avvenire nella prossima udienza il 4 marzo. Nell’udienza del 17 dicembre, il tribunale ha accolto le costituzioni di parte civile di altri 27 familiari delle vittime dell’eccidio che sono diventate 77, oltre a Provincia, Comune di Palagano, Regione e Anpi.

venerdì 8 gennaio 2010

Gaggio Montano, maggio 2009: I veterani della Decima Mountain Division in visita a Gaggio Montano

L'articolo è presto da "Gente di Gaggio" n. 40, dicembre 2009:
I veterani della Decima Mountain Division in visita a Gaggio Montano
Ricordo di Fabio Gualandi

Anche quest'anno, alla fine di maggio, diciasette Veterani della Decima Mountain Division U.S.a:, accompagnati da amici e da familiari, sono tornati in visita sulla nostre montagne dove nel lontano 1945 combatterono contro un esercito agguerrito.
Gaggio Montano li ha accolti con tutti gli onori. Quest'anno della delegazione dei Veterani faceva parte la signora Cindy Ripley True, figlia del Veterano Robert Ripley.
La signora Ripley True ha chiesto di poter raggiungere la cima del monte Torraccia e durante il percorso ha spiegato che suo padre, morto da poco tempo, l'aveva pregata di farlo cremare e di spargere le sue ceneri sul monte Torraccia, dove egli, il 21 febbraio 1945 durante i combattimenti volti a conquistare il monte, aveva visto morire accanto a se tanti suoi cari amici.
Accompagnata dagli alpini Roberto e Giovanni la signora ha raggiunto la cima del monte, dove si è fermata emozionata; poi nel silenzio che regnava e fissando il cielo con le lacrime agli occhi, ha incominciato a spargere le ceneri di suo padre Robert recitando sottovoce una preghiera.
A ricordo di questo gesto nobile, assieme a Roberto e Giovanni abbiamo pensato di collocare sul posto una targa di bronzo quale testimonianza di questo significativo avvenimento.