domenica 14 giugno 2009

10 mesi di vita del sito internet!


13 ottobre 2008 - 13 giugno 2009: Festeggiamo i dieci mesi di vita del sito internet e lascio ogni commento alle cifre.
GRAZIE!

7.698 visite da 54 paesi
tempo medio 3:22
78,80% di viste nuove

Italia: 7.038
Germania: 172
Stati Uniti: 114
Brasile: 92
Regno Unito: 43

venerdì 12 giugno 2009

L’istituzione scolastica, in primis responsabile della trasmissione di memoria storica contemporanea


Da Pacelink prendiamo questo interessante articolo di Laura Tussi del 12 giugno 2009

L’istituzione scolastica, in primis responsabile della trasmissione di memoria storica contemporanea
La centralità educativa dell'Istituzione Scolastica
12 giugno 2009 - Laura Tussi
Per lavorare come insegnanti a scuola in progetti riguardanti la storia contemporanea e la memoria storica occorre affrontare in modo critico l’uso pubblico delle fonti e dei documenti che testimoniano gli eventi storici. La scuola per molto tempo ha trasmesso la storia patria: un processo finito, compiuto. Sicuramente l’istituzione scolastica ha perso una centralità educativa di comunicazione di molte informazioni e conoscenze che attualmente sono retaggio specifico dei massmedia, anche perché gli insegnanti usano moltissimo gli strumenti visivi, sapendo che consistono in rielaborazioni anche rispetto ai documenti che citano, perché spesso il commento di un documento storico viene elaborato sulla base delle immagini che si sono trovate a disposizione, e non necessariamente con quelle più convergenti e congruenti rispetto al contenuto specifico da trasmettere. Poiché l’impatto visivo è emotivamente molto più alto rispetto al messaggio verbale, i media hanno compiuto un’operazione che contraddice in parte anche quello che i sociologi ottengono come risultato delle inchieste, perché mai come negli ultimi anni si sono riprese parti, frammenti, momenti della nostra storia con annesse reinterpretazioni, adattando certi aspetti ed estrapolandone altri dal contesto, e si è compiuta così un’immensa operazione di memoria collettiva. Dunque si è passati da una fase in cui la memoria della seconda guerra mondiale, della resistenza, dell’internamento, della deportazione, del complesso fenomeno concentrazionario nella sua globalità, erano rievocati, rammentati, rimembrati dai testimoni in ambiti e contesti collettivi e socioculturali, alla fase in cui è stata elaborata dalla storiografia, come è giusto, fino ad approdare a questo ultimo stadio di ricerca in cui è soprattutto il documento ricostruito con tutte le componenti necessarie della drammatizzazione, a volte persino della fiction, che hanno veicolato una certa memoria. Occorre anche considerare le memorie di vita, le narrazioni autobiografiche, pluralità di memorie del contesto storico che contiene esperienze plurime e diverse, mentre molto spesso si individua in un personaggio, in un evento, in una giustificazione il senso della storia ed in questo uso pubblico e decisamente politico della storia è subentrato un grande coinvolgimento che non ha ottenuto altro che un dibattito di contrapposizioni. Sono legittime le posizioni ed opinioni di storici cosiddetti revisionisti, che contrastano la visione della resistenza connessa strettamente alla nostra democrazia e che attua un vero riferimento ai testimoni ancora in vita, militanti nell’associazionismo storico culturale (ANED ANPI) ed alle vittime, con reali interpretazioni. Esiste una differenza tra queste due modalità e visioni interpretative di leggere la storia più recente del nostro Paese, che consiste appunto nell’opinione anche di storici relativa al lavoro storiografico: il parere può essere formulato sulla base di ipotesi, di ideologie e convinzioni, mentre la storia si costruisce in base alla fonte dei documenti, per cui si parla di uso pubblico della storiografia, perché il documento viene messo in secondo piano e si preferisce elaborare riproposizioni dell’accaduto sulla base di un’interpretazione che spesso non fa riferimento ai documenti a disposizione, vale a dire le fonti normali, cartacee, testimonianze, memorie raccolte ed elementi visivi che nel lavoro dello storico vanno tenute insieme per essere lette ed interpretate globalmente ed utilizzate criticamente.
Perché ci soffermiamo tanto sulla costruzione di memoria storica? Non esiste solo il problema di motivare i ragazzi all’apprendimento della storia, perché questa materia, per sua definizione, è una disciplina nomotetica. Non è un caso che la discussione di una riforma della scuola si sia poi focalizzata sul programma e sul curricolo di storia.
La storia è anche educazione alla convivenza civile di un Paese ed allora questo termine della responsabilità della memoria, emerso dalle interviste dei docenti che partecipano alle ricerche di memoria ed insegnamento della storia, è un tema della responsabilità educativa che riemerge attualmente con molta evidenza all’interno del corpo docenti anche con la prova dell’autonomia della scuola, dove il ruolo dell’insegnante diventa necessariamente di scelta, di orientamenti di indirizzi, di contenuti e di organizzazione collettiva della dimensione scolastica, concedendo, trasmettendo ai ragazzi, gli strumenti per costruire, riabilitare la memoria al fine nobile di interagire con essi tra passato, presente e futuro, da interiorizzare come responsabilità educativa primaria, al pari della costruzione di tematiche rigorose della storia. I docenti sono organizzatori di sapere nella loro funzione specifica e nel caso della storia contemporanea e soprattutto nel caso della seconda parte del novecento, diventano attori primari degli eventi trascorsi e testimoni principali degli avvenimenti che raccontano e trasmettono perché vissuti in prima persona in un contesto storico globale. Gli insegnanti prima di affrontare un lavoro congiunto con gli studenti, relativo alla memoria storica, devono compiere un lavoro molto serio sul concetto di memoria. In un momento epocale per cui molti individui si sentono singoli ed isolati, perseguono l’interesse personale e non collettivo, vivono in situazioni estreme di solitudine esistenziale, intellettuale e sociale, avere memoria significa assumersi la responsabilità della propria vita ed anche di un modo di esserci di esistere, di partecipare, nel processo storico che viviamo. Il coraggio della memoria, vale a dire andare alla ricerca della storia non è di per sé un fatto che ci porta a valutare anche il presente. I fatti della storia sono sempre la conseguenza e la continuazione di altri eventi, altri avvenimenti, e quindi non è possibile ignorare una parte del passato se si vuole pensare al presente e proiettarsi nel futuro. Quando si parla di storia contemporanea si dimostra la fortuna della ricerca di atti, di fatti e testimonianze che offrono certamente agli storici la possibilità di valutare e di trasmettere queste esperienze e dati di ricerca ai giovani. Negli incontri dei testimoni della resistenza con i giovani si è maturata negli anni una maggiore consapevolezza e coscienza storica. Sostiene Giovanni Pesce Presidente Nazionale dell’ANPI :”Noi abbiamo vissuto esperienze tali, che rievocate oggi, mi danno l’impressione di essere al di fuori della mia persona. Riconosco i fatti, cito i casi, i dati, i protagonisti, ma talvolta avverto la sensazione di stare seduto in una platea e di vedere questi eventi rappresentati in palcoscenico. Con lo scorrere degli anni non si prova più la passione, l’emozione che cresceva dentro di noi in passato e forse i fatti risultano forse anche più chiari, più luminosi ed il discorso, il dialogo, anche con gli insegnanti difficilmente riporta alle singole esperienze personali”. Gli eventi si considerano in una dimensione diversa ed in qualche caso con cartine geografiche o film si riescono ad approntare dibattiti estremamente vivaci che riportano alla memoria non solo i fatti, gli avvenimenti, ma i motivi, le cause. Gli aspetti ignorati maggiormente sono i documenti che precedentemente, all’inizio della guerra, durante il conflitto, sono stati emessi e che denunciano, in primo luogo come gli eventi bellici si sono verificati per certi obiettivi (l’accordo prima con la Germania, poi con la Germania ed il Giappone). Questo disegno strategico in atto che i partigiani, oggi testimoni, non riuscivano allora a comprendere bene, mentre si viveva l’evoluzione dei momenti bellici, ha portato poi, col tempo, e per le modalità in cui si è svolta la Grande Guerra, ad intuire che la strategia bellica era mortale per l’intero globo. Quando l’esercito tedesco è giunto al Volga e si è bloccato a Stalingrado, in quel momento si è capito che se Hitler avesse vinto quella battaglia e fosse riuscito ad ottenere i petrolio del Caspio, probabilmente la guerra avrebbe assunto una dimensione diversa. Il fatto che i giapponesi abbiano attaccato nell’Indocina e nella Cina, il ricongiungimento di tale disegno strategico degli eserciti fascisti che volevano dominare il mondo, oggi se avesse vinto, avrebbe creato una terribile situazione di regresso per l’umanità. E allora qual è stato poi il motivo, la ragione per cui, battuti il nazismo ed il fascismo, rotto il patto antifascista, si è cercato, in anni che sono diventati terribili, bui, dopo la guerra, di dimenticare o di far dimenticare i risultati ottenuti con la resistenza, con il movimento antifascista. Il disegno era questo: il mondo occidentale era diviso in due ed allora bisognava recuperare la Germania, il popolo tedesco che diventava importante per l’occidente. E allora ecco nascondere i fascicoli che riguardavano le stragi avvenute in Italia, in Francia e nei Balcani, e di cercare di ignorare che la guerriglia partigiana e la lotta antifascista avessero portato questo aspetto alla società moderna, all’Italia di oggi, alla Repubblica. Infatti attualmente quelli che tendono ad ignorare questi aspetti tentano di nascondere i motivi per i quali è scoppiato il conflitto per cui il mondo diviso in due doveva produrre certi effetti. E’ importante ricercare nei documenti (i giornali, le biblioteche, nei ministeri) tutto ciò che può far comprendere come si viveva allora, quali erano le ragioni fondanti per cui si è organizzata la resistenza, si è combattuto contro il fascismo. L’aspetto più qualificante della storiografia è andare alla ricerca delle memorie per la possibilità del pensiero di ricordare, di rielaborare, di parlare, di proferire il passato, l’accaduto… ma questo non basta perché è evidente che poi le memorie vanno inserite in un contesto unitario, storico comune: questa è la funzione primaria della scuola. L’istituzione scolastica è la prima forma sociale che l’individuo incontra nel suo percorso di formazione ed in cui si plasma l’avvenire delle future generazioni.
Laura Tussi

giovedì 11 giugno 2009

Neonazi spara al museo della Shoah. Era un veterano di guerra


Dalla Stampa dell'11 giugno 2009, riportiamo l'articolo di Maurizio Molinari "Neonazi spara al museo della Shoah"
James Von Brunn (88 anni) servì nella seconda guerra mondiale nell'esercito americano come "PT-Boat captain, Lt. USNR, receiving a Commendation and four battle stars".
Washington: antisemita 88enne colpisce due guardie, una muore
Terrore al Museo dell’Olocausto di Washington. James Von Brunn, un neonazista di 88 anni, si è presentato all’entrata del museo che si trova a breve distanza dalla Casa Bianca e ha iniziato a fare fuoco, adoperando un fucile calibro 22. È riuscito a sparare almeno cinque proiettili, ferendo due agenti di guardia - uno è morto in serata - prima di essere investito dai colpi degli altri uomini del personale di sicurezza. La sparatoria è durata «meno di tre minuti», secondo la ricostruzione dei testimoni, scatenando il panico dentro un museo visitato ogni anno da 1,7 milioni di persone.
Sono stati attimi di terrore per le diverse centinaia di turisti che si trovavano dentro l’edificio di quattro piani che ricostruisce lo sterminio di sei milioni di ebrei perpetrato dai nazifascisti. Chi era al piano terra, e ha visto la sparatoria, si è gettato in strada cercando aiuto e mandando in tilt il traffico nei paraggi del monumento a Washington. Chi invece si trovava ai piani rialzati è stato fatto uscire dal personale del museo attraverso le scale di sicurezza, riversandosi dietro l’edificio.
La coincidenza con il discorso sull’importanza del ricordo dell’Olocausto fatto la scorsa settimana dal presidente Barack Obama nell’ex lager tedesco di Buchenwald è stata identificato dall’Fbi come un possibile movente del gesto, appena appurata l’identità dell’autore dell’aggressione. Si tratta di un «neonazista convinto», come detto da un portavoce della polizia di Washington, perché James von Brunn, classe 1920, figlio di immigrati austriaci, è un veterano della Seconda Guerra Mondiale che negli ultimi anni si è dedicato a diffondere odio contro gli ebrei e gli afroamericani, come testimonia anche il sito Internet che porta il suo nome. Ha scritto libri antisemiti come «Uccidi i migliori gentili» e «Il peggiore errore di Hitler». Ha anche la fedina penale sporca avendo scontato 6 anni e mezzo di detenzione in un penitenziario per aver tentato di rapire dei membri della Federal Reserve. Von Brunn attribuisce quella sentenza ad una «giuria composta di ebrei e negri» e, sul proprio sito, si definisce un seguace del movimento per la costruzione dell’«Impero Sacro d’Occidente» destinato a riscattare «i gentili» dall’«oppressione giudaica».
Il sindaco di Washington, Adrian Fenty, ha condannato l’«odioso attacco alla città» facendo sapere che «l’aggressore versa in condizioni critiche», mentre Khaty Lanier, capo della polizia, assicura che «ha agito da solo» e dunque il blitz non sarebbe frutto di un complotto più vasto. Ma Mark Potok, direttore del centro di studi contro il razzismo di Montgomery in Alabama, ritiene che l’aggressione sia «il sintomo di un fenomeno più vasto in atto da diversi mesi in tutti gli Usa», ovvero «il rafforzamento dei gruppi suprematisti bianchi, più numerosi e aggressivi» dopo l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. In nottata il presidente si è detto «profondamente scioccato per quanto avvenuto, che dimostra la necessità di vigilare contro l’antisemitismo».



Da La Repubblica del 10 giugno 2009 riportiamo l'articolo di Vittorio Zucconi "Washington, spari nel Museo della Shoah. Anziano antisemita uccide una guardia"
WASHINGTON - Cercava il crepuscolo privato delle suoi divinità naziste, il vecchissimo Sigfrido americano di 88 anni che ieri ha invaso da solo il Museo della Shoah a Washington e ha cominciato a sparare, per finire il lavoro che Hitler, Himmler, Heydrich e i suoi eroi nella crociata contro la società multientica avevano lasciato incompiuto.
Alla fine di una vita consumata invano per proteggere la purezza razziale dell'Occidente dalla minaccia di meticci, sanguemisti, neri ed ebrei, James VonBrunn aveva visto il proprio sogno ariano crollare nella disperazione quando un uomo di sangue caucasico e africano si era insediato sul trono del "Sacro Impero d'Occidente", come lo chiama il suo sito internet, e aveva deciso di agire. Ha sparato ai visitatori dello straziante museo che ricorda l'Olocausto ebraico, a 500 metri dalla Casa Bianca, deciso a uccidere o a farsi uccidere. Ha ammazzato una guardia e ne ha ferita un'altra. Ferito dal fuoco di risposta, è ricoverato in ospedale. Valhalla e la Valkirie dovranno attendere.
VonBrunn, con quel suo nome etimologicamente identico a quello di un altro celebre nazista poi riciclato dalla candeggina della Guerra Fredda, Von Braun, non era comunque il solito good ol'boy, il ragazzone ruspante delle Grandi Praterie arruolato nelle miliizie fasciste e antigovernative che puntualmente riaffiorano dal fondo dell'America per far strage di innocenti, come a Oklahoma City, o ammazzare un ostetrico abortista, come nei giorni scorsi nel Kansas, nella loro micidiale confusione fra razza, politica, religione e troppe armi da fuoco.
James, figlio della classica famiglia tedesca piccolo borghese emigrata a metà dell'Ottocento e poi radicata nella rispettabilità delle professioni (il padre era ingegnere civile), era cresciuto nella più banale normalità.
Laureato in giornalismo, forse l'unico sintomo di squilibrio mentale, arruolato in Marina, combattente encomiabile nel Pacifico, dove aveva ottenuto ben quattro stelle al valore, Von Brunn aveva lavorato nei giornali e nella produzione cinematografica, pubblicitaria e televisiva, prima di ritirarsi in una piccola casa sulle sabbie atlantiche del Maryland. In solitudine, ma collegato al mondo grazie a internet, aveva scritto e pubblicato online un libro molto apprezzato fra i gruppi delle croci celtiche, "Uccidete i gentili", una citazione talmudica che lui aveva utilizzato per spiegare che l'ebraismo è religione di morte, dunque da schiacciare. Aveva creato un sito web dal titolo autoesplicativo, l'impero d'occidente punto com, incoronandosi neo Carlo Magno, e il suo nome era venerato nei circoli delle aspiranti sturmtruppen che pullulano nel web.
Il passaggio dalla sua fantasyland-nazi all'azione violenta ha richiesto quasi 89 anni - è nato nel 1920 - fino a ieri mattina, quando si è armato, ha raggiunto in automobile la Capitale, a un'ora di auto, è entrato nel Museo che dal 1993 ha ricordato la Shoah a 30 milioni di visitatori e ha sparato quattro colpi contro le guardie che controllano gli ingressi e i metal detector. Famiglie e scolaresche, abbondanti in questo mese di scuole in chiusura, si sono gettate a terra o nascoste dietro i pilastri, le guardie hanno risposto ai colpi, senza grande precisione, vetrate sono andate in frantumi, spargendo schegge e frammenti che hanno raggiunto un sorvegliante. Una sua piccola notte dei cristalli, come lo sfascio delle vetrine di negozi di ebrei nel pogrom nazista del 1938.
Anziché l'ingresso nel paradiso dei nibelunghi, accanto a Odino e alle Valkirie, il figlio dell'ingegnere tedesco si è garantito il resto della propria vecchiaia in un altro penitenziario federale, dove già aveva trascorso sei anni e mezzo, fantasticando di essere il nuovo Adolfo incarcerato dopo il putsch nella birreria del 1923. Quattordici anni or sono, l'ex giornalista, ex produttore, ex pubblicitario, aveva personalmente occupato la sede della Federal Reserve, la banca centrale americana, arrestando come semplice cittadino che assiste a un flagrante delitto, i funzionari della Fed, per delitti contro i liberi cittadini americani vessati e schiacciati dalla mano del governo centrale asservito alla cabala demo-pluto-giudaico-massonica. Era stato condannato a sette anni da una giuria composta, ha scritto nel suo Mein Kampf, naturalmente da "negri ed ebrei" e ieri ha cercato di saldare il conto.
Obama, avvertito dell'accaduto, si è detto "rattristato" dalla ferita inferta a Washington.
James VonBrunn non nuocerà più a nessuno, ma non era l'ultimo crociato razzista annidato nel ventre di una nazione dalle quale altri terroristi emergeranno, per lottare contro un mondo che li ha lasciati indietro, senza che loro se ne rendano conto.

domenica 7 giugno 2009

Obama ricorda i caduti del D-day


Da Il Tempo del 6 giugno riprendiamo l'articolo:

Obama ricorda i caduti del D-day
Obama ha parlato dopo il presidente francese Nicolas Sarkozy, dopo il premier canadese Stephen Harper e quello britannico Gordon Brown. Dopo un minuto di silenzio, una salva di 21 cannonate e il saluto ai caduti hanno reso omaggio ai soldati che persero la vita in quel giorno di 65 anni fa.
Con un discorso del presidente francese, Nicolas Sarkozy, è cominciata alle 15.20, nel cimitero americano di Colleville-sur-mer, la cerimonia di commemorazione del 65/o anniversario dello Sbarco in Normandia. A cosa pensavano quei giovani soldati di 20 anni?», sono state le prime parole di Sarkozy, davanti a novemila invitati, compresi duecento veterani americani. In prima fila, Barack Obama, il presidente americano, e le due first-lady, Carla e Michelle, entrambe vestite di bianco. Sarkozy, nel cimitero americano dove bandierine francesi e a stelle e strisce sono state poste sulle novemila tombe di soldati Usa, ha esaltato il sacrificio e gli ideali dei soldati sbarcati nel 1944 sulle coste francesi per liberare l'Europa dal nazismo.
«Davanti alle novemila tombe americane di questo cimitero - ha detto Sarkozy - voglio rendere omaggio, a nome della Francia, ai vostri figli che hanno versato il loro sangue sulla terra di Normandia e che qui riposano in eterno. Non li dimenticheremo mai», ha detto rivolto al presidente americano, Barack Obama. Il capo dello stato francese ha ricordato le sofferenze di quei militari, «grondanti acqua, gelati, malati, che andavano avanti con i loro elmetti». Poi ha parlato dei «morti» e dei «feriti», di tutti i cadaveri «che galleggiavano sull'acqua, portati dalla marea». Ad Obama, Sarkozy ha riservato un omaggio particolare definendolo «simbolo dell'America che amiamo», quella che «si batte per la libertà, per la democrazia e per i diritti umani». Il capo dell'Eliseo ha ricordato la nascita dell'Europa, «nella sofferenza» scaturita dalle «disgrazie» della seconda guerra mondiale, invitando a perpetuare l'ideale dei soldati del 1944 di fronte alle minacce del XXI secolo. Ha citato, fra l'altro, «il riscaldamento climatico che priva di acqua e cibo centinaia di milioni di donne, bambini, uomini» e la lotta «contro il terrorismo e il fanatismo».
Obama ha parlato dopo il presidente francese Nicolas Sarkozy, dopo il premier canadese Stephen Harper e quello britannico Gordon Brown. Dopo un minuto di silenzio, una salva di 21 cannonate e il saluto ai caduti hanno reso omaggio ai soldati che persero la vita in quel giorno di 65 anni fa.
Obama ha ricordato Jim Norene, membro della 101esima divisione aviotrasportata americana che è morto questa notte, dopo aver visitato una ultima volta il cimitero. Obama ha ricordato che Norene era già malato quando ha lasciato gli usa e sapeva che forse non sarebbe tornato vivo in patria. Ma è venuto, ha detto, per lo stesso motivo che anima molti: per ricordare i sacrifici che segnarono una svolta nella lotta contro il nazismo.
Obama ha anche citato suo nonno Stanley Dunham, che arrivò in Normandia sei settimane dopo il D-Day con il grosso delle truppe.
"Gente che si credeva normale è stata in grado di fare cose straordinarie, per semplice senso del dovere" ha detto Obama. "E' la storia della Normadia ma anche la storia dell'America. E' una storia che non è mai facile: quando i migliori di noi sono riusciti a inghiottire le loro paure. Agli uomini che lo fecere, grazie. Dio vi benedica e Dio benedica le memorie di coloro che sono morti".

Barack, un parente per ogni occasione


Un articolo di Maurizio Molinari tratto dalla Stampa del 7 giugno:
Barack, un parente per ogni occasione
I parenti di Obama sono stati invocati spesso in Normandia, come avvenuto prima nelle tappe al Cairo e Buchenwald, trasformandosi nei protagonisti di questo viaggio presidenziale in Europa e in Medio oriente. Al Cairo Obama aveva parlato degli «avi musulmani» del padre per sottolineare il suo legame con l’Islam. A Buchenwald aveva ricordato il prozio Charles Payne, fra i liberatori del campo di concentramento della Germania orientale, per sottolineare la memoria famigliare della Shoà. E a Omaha Beach i personaggi citati sono stati il nonno materno Stanley Dunham «che arrivò su questa spiaggia sei giorni dopo lo sbarco e poi attraversò l’Europa con l’armata di Patton» e la nonna materna Madelyn «volontaria in una fabbrica del Kansas» durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche Sarkozy ha ricordato Stanley Dunham aggiungendo che «assieme a due suoi fratelli» combattè per liberare la Francia. A ben vedere i parenti-simbolo richiamano i valori di cui Obama si è fatto portatore in questo viaggio: il padre l’integrazione dell’Islam in America, il prozio la memoria dello sterminio e i nonni l’impegno contro il Male.

martedì 26 maggio 2009

Un libro per indagare il giornalismo del dopoguerra


Sienafree.it Sabato 23 maggio 2009

UN LIBRO PER INDAGARE IL GIORNALISMO DEL DOPOGUERRA
Sabato 23 Maggio 2009 13:11
Esiste una memoria collettiva della Seconda Guerra Mondiale? Oppure nell’immediato dopoguerra è stata praticata una cosciente rimozione delle ferite lasciate aperte dalla guerra? E i giornali che ruolo hanno avuto in questa scelta? Sono questi alcuni degli spunti del libro “Giornalismo del dopoguerra tra memoria e rimozione” edito dalla casa editrice Odoya e scritto da Giuseppe Gori Savellini, che sarà presentato a Siena martedì 26 maggio alle 17.
La presentazione, nell’aula B del padiglione esterno di Palazzo San Niccolò del Dipartimento di Scienze della Comunicazione in via Roma 57, è organizzata dall’Asmos (Archivio Storico del Movimento Operaio e Democratico Senese) dall’Istituto Storico della Resistenza Senese e dal Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione. Oltre all’autore parleranno del libro Giovanni Gozzini e Maurizio Boldrini, docenti di Storia del Giornalismo e Teorie e Tecniche del Linguaggio Giornalistico all’Università di Siena e Alessandro Orlandini, presidente dell’Asmos.
Il libro
Alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia esce da una lacerante guerra civile. I partigiani superstiti ritornano a casa da vincitori e le testate giornalistiche tornano ad avere dei proprietari privati (1947). E i fascisti?
La necessità di unire l’Italia si affianca a quella di pacificare il territorio, ma per fare questo i problemi irrisolti devono rimanere tali: gli scontri dimenticati, i documenti sulle stragi insabbiati e i responsabili impuniti.
Gori Savellini utilizza la carta stampata per descrivere un momento storico delicato. Le descrizioni dei giornali, i tagli degli articoli e la linea politica delle testate o delle grandi firme vengono fatte parlare nel loro complesso e nella loro sintesi per descrivere la tendenza ad assolvere i fascisti per non destabilizzare il Paese.
Il Messaggero, La Nazione, il Corriere, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Giornale Di Trieste rappresentati nell’arduo compito di interessarsi della faccenda delle foibe, oppure nel disimpegnarsi raccontando romanzescamente la faccenda dell’oro di Dongo. Indro Montanelli e la sua descrizione del processo Keserling (1947); la divisione dell’Istria con la Jugoslavia; le modalità con cui disporre una linea anticomunista a fianco di quella antifascista: come il quarto potere Italiano ha manifestato diversamente sulla carta la realtà della guerra passata.
L’attualità di questo saggio è data dall’unione tra la storiografia e teorie comunicative moderne: la storia appare fatta da opinioni e le opinioni da opinion makers.
L’autore
Giuseppe Gori Savellini, laureato in Storia dei Media è cultore in Teorie e Tecniche del Linguaggio Giornalistico. Si occupa di comunicazione pubblica e politica. Studioso anche di cinema, collabora con festival, rassegne e laboratori di produzione.

Il Processo Simonitti di Davide Del Giudice


Dal "Giornale di Barga" del 31 maggio 2008 riportiamo questo interessante articolo scritto da Davide Del Giudice (e pubblicato sulla rivista mensile "Storia & Battaglie" del dicembre 2007, copyright Editoriale Lupo (Firenze).

IL PROCESSO SIMONITTI
31 maggio 2008

Un alone di mistero avvolge le vicende che portarono alla morte del Capitano Italo Simonitti1, goriziano, trentottenne all'epoca della sua fucilazione, comandante della gendarmeria da Campo della Divisione Alpina "Monterosa" RSI.
Il suo, assieme a quello del Generale Bellomo (condannato e giustiziato per aver fatto uccidere un militare inglese che tentava la fuga), costituisce uno dei rari esempi di condanne capitali comminate dai tribunali militari alleati a guerra finita.
Simonitti era il Comandante della Gendarmeria da Campo, che assieme ai tre reparti di Polizia Militare della GNR, costituiva la Polizia da Campo della Divisione "Monterosa", con compiti che andavano dal controllo dei reati militari alla sorveglianza delle retrovie e del movimento stradale dal fronte e verso di questo.
La Polizia da Campo della "Monterosa" annovera nel suo Albo d'Onore 14 Caduti e tre decorati al Valor Militare.2
Sul fronte della Garfagnana, operavano in connubio la Gendarmeria e la 1aSezione Mobile GNR, comandata dal Capitano Civetta, che a detta dei civili era un ufficiale a dir poco inflessibile.
I suddetti reparti erano alle dirette dipendenze del Comando di Divisione, retto dal Generale Mario Carloni.

Abbattimento ed uccisione del LTN Lyth
Le vicende che portarono alla fucilazione del Capitano Simonitti furono determinate dall'uccisione di un aviatore statunitense.
Il Pilota nordamericano, il 2nd LTN Alfred R. Lyth, del 66th Fighter Squadron, 57th Fighter Group, era stanziato presso la base di Grosseto, sede del 66th dal mese di settembre 1944.
Egli, il 6 febbraio 1945 volava ai comandi di un P47 Thunderbolt, in missione per la 12th Air Force che si occupava delle operazioni aeree tattiche3. Quel giorno i velivoli volavano nonostante il tempo fosse coperto ed appoggiavano nella Valle del Serchio l'offensiva "Quarto Termine" che la 92nd Divisione USA "Buffalo" aveva scagliato contro i reparti della "Monterosa" che venivano in quei giorni rilevati dalle truppe della Divisione Bersaglieri "Italia", quindi in un delicato momento dal punto di vista logistico ed operativo. L'offensiva partita il 5 febbraio, si infranse definitivamente sotto i contrattacchi italo-tedeschi il giorno 11.
Il p47 del 2nd LTN Lyth fu abbattuto dalla contraerea tedesca nelle retrovie della Linea Gotica, a Caprignana (una frazione che si trova pochi chilometri a Nord di Castelnuovo Garfagnana).
L'ufficiale statunitense, azionò il paracadute, ma venne in seguito catturato e preso in consegna dalla Sezione GNR della Divisione "Monterosa" e fu portato a Camporgiano, dove si trovava il Comando di Divisione, ubicato nella Rocca Estense e provvisto di ricoveri sotterranei a prova di bomba, scavati appositamente nei mesi precedenti.
Lyth fu interrogato, poi l'8 febbraio, mentre stava per essere scortato al carcere, fu ucciso con un colpo di fucile alle spalle. La versione ufficiale fu che avesse tentato la fuga.
Lo storico Garfagnino Mario Pellegrinetti all'epoca ragazzino, viveva (e vive) a Camporgiano; egli ricorda: "Quanto alla sua morte i militari sostennero che gli era stato sparato durante un tentativo di fuga. In realtà era morto colpito da un solo colpo di fucile (il che esclude l'ipotesi di una fucilazione). Chi ha visto l'aviatore, però, sostiene che era claudicante a causa di un cattivo atterraggio col paracadute e che, in quelle condizioni, l'ipotesi di un tentativo di fuga appare quanto meno improbabile.
Per quanto ne so furono processati il Capitano Simonitti (che, però, in tempo di guerra tutti conoscevano come Simonetti), il Tenente Peruzzi e il Sergente Rossi.
Pare emergesse che il capitano Simonitti aveva fatto un gesto che fu interpretato come invito ad uccidere. Comunque l'uccisione avvenne durante il tragitto, a piedi, dagli uffici del comando dove fu interrogato al carcere mandamentale situato fuori dall'abitato. Come noto il Simonitti fu condannato a morte e ucciso, il Sergente Rossi fu condannato a una pena detentiva e il Peruzzi fu assolto in grazia di alcune testimonianze di gente del luogo (un uomo che faceva da interprete e due donne che lavoravano alla mensa ufficiali). Una di queste due donne fu sposata dal Peruzzi malgrado avesse già un figlio e hanno vissuto felicemente insieme fino alla morte di lui.
L'altra donna era la padrona della casa dove venivano confezionati i pasti per la mensa ufficiali. L'uomo era un impiegato comunale che essendo vissuto in Inghilterra fungeva da interprete. Ma ciò avveniva quando non era presente il Tenente Peruzzi che, parlando correntemente inglese, faceva lui da interprete quando era presente. E quel giorno, appunto, non era presente per cui fu chiamato come interprete il testimone che si chiamava Silvio Cardosi. E la sua testimonianza, insieme a quella delle due donne, fu determinante nello stabilire che quel giorno il Peruzzi era assente".4

Processo ed esecuzione
A guerra finita il paesino di Camporgiano fu animato dall'insolito transito ed arrivo di automezzi che trasportavano una vera e propria squadra specializzata.
Tra la gente si era sparsa la voce che l'aviatore ucciso fosse nientedimeno che un parente del Presidente degli USA Harry Truman, come ricorda Mario Pellegrinetti: "Della vicenda dell'aviatore ucciso so che, a quanto si diceva, egli era nipote di Truman. E, in effetti, subito dopo il passaggio del fronte venne una squadra attrezzatissima che riesumò, riconobbe e portò via il cadavere. Io ho assistito all'operazione".5
il Capitano Simonitti, il Generale Mario Carloni ed il Sergente Benedetto Pilon, che si trovavano già in prigionia a seguito della resa finale, furono processati presso la Corte Marziale USA che si riunì a Firenze dal 25 settembre al 4 ottobre 1946. Invece, non troviamo riscontro nei documenti del processo del Tenente Peruzzi e del Sergente Rossi: come ipotizzato da Pellegrinetti, sarebbero stati già prosciolti in sede di indagine.
La sentenza fu rivista e divenne esecutiva presso lo stesso tribunale il 13 gennaio 1947, venendo scagionato il Generale Carloni (degradato però a Colonnello) e ritenuti colpevoli il Capitano Simonitti ed il Sergente Pilon. Il solo Simonitti fu condannato a morte tramite fucilazione, mentre a Pilon venne assegnata una pena detentiva a vita, inviandolo ai lavori forzati al Campo d'Addestramento Disciplinare di Livorno del MTOUSA (Mediterranean Teather of Operation US Army).6
Il 27 gennaio 1946, in una fredda e nevosa mattina, il plotone di esecuzione statunitense si schierò alle 8.30 presso il poligono militare di Marina di Pisa (utilizzato ancor oggi dalle Forze Armate).
La scarica di fucileria non fece piegare le gambe al Capitano Simonitti che rimase eretto davanti ai soldati increduli.
L'unico italiano presente, il giornalista Ugo Zatterin, scrisse poi: "...un erculeo Maresciallo della Military Police americana ordinò l'intervento del plotone di riserva, per fucilare una seconda volta il condannato, che alla prima scarica non si era piegato sul palo, e, con gli occhi orgogliosamente schivi di benda, fissava ancora disperatamente il cielo".7
Le spoglie del capitano Simonitti, nella vita civile dottore in chimica, riposano nel Cimitero suburbano di Pisa.8
Il tenente Lyth è sepolto invece nel Cimitero Militare Statunitense dell'Impruneta, presso Firenze; il rigore che venne usato contro Simonitti e lo spiegamento di mezzi operato per il recupero e per le indagini circa la morte del soldato statunitense, darebbero credito alla supposta parentela, se non con Truman, almeno con una influente autorità.
Però queste sono solo supposizioni, in quanto le ricerche svolte non hanno portato l'autore a trovare riscontro.

Considerazioni
Giudizi molto duri verso il capitano Simonitti sono stati espressi anche in anni recenti da vari ricercatori storici e anche da politici.
Voce isolata, la testimonianza di un comandante partigiano che desidera restare anonimo; egli, operante nella zona di competenza di Simonitti, apprese dall'autore di queste righe circa la sorte del Capitano, registrando sul viso una espressione di addolorata incredulità. Confermò l'espressione del volto affermando di essere dispiaciuto per la sorte dell'ufficiale e fece intendere che Simonitti almeno in un'occasione aveva anteposto la pietà al rigido senso del dovere, salvando la vita a qualche civile o chissà, forse proprio a lui .
Il Capitano Italo Simonitti seppe andare a morte con coraggio e fede nelle proprie idee. Se compariamo il suo sguardo nella foto del 1944 col Generale Carloni e quello del 1945 in tribunale, possiamo dire che nulla era mutato in lui, le sue convinzioni ressero la prova più ardua.
Tra i reduci della "Monterosa" questo è il pensiero comune, che si riassume efficacemente nelle parole di Iro Roubaud: " Il capitano Italo Simonitti è caduto nell'adempimento del dovere".

1 Alcuni hanno scritto "Italo Simonetti", ma il cognome corretto era Simonitti, come si evince dagli originali della sentenza a morte e dall'albo d'Onore della Divisione Alpina "Monterosa"
2 "I Nostri Caduti noti ed ignoti" , Associazione Div. Alp. "Monterosa" , Milano 1999, pag.144.
3 Le operazioni strategiche erano invece compiute dalla 15th Air Force, che con la 12th Air Force, costituivano la MAAF (Mediterranean Allied Air Force).
4 Mario Pellegrinetti, lettera all'autore.
5 Mario Pellegrinetti, lettera cit.
6 ACTA dell'Istituto Storico della RSI n° 60, maggio-luglio 2006, pag. 12.
7 Oggi, Settimanale del 14 aprile 1951, pag. 15.
8 Notizie di Iro Roubaud in archivio storico Associazione "Monterosa" Milano, già pubblicate nell'omonimo bollettino.

lunedì 25 maggio 2009

10th Mountain Division "Sempre Italia" 2009


Avevamo già preannunciato il tour "Sempre Italia 2009" che toccherà i luoghi tradizionali della "Campagna d'Italia" e in particolare i comuni di Lizzano in Belvedere, Gaggio Montano e Castel d'Aiano. In quest'ultima località, il giorno 30 maggio, verrà inaugurato il monumento al soldato scelto John D. Magrath, compagnia G dell'85th Infantry Regiment. Morì il 14 aprile del 1945, per l'enorme coraggio dimostrato durante la conquista di Quota 913 (Serre d'Aiano), fu decorato con la Medaglia d'Onore. Durante la cerimonia gli alunni della terza e seconda media di Castel d'Aiano intervisteranno reduci e parenti per il progetto "S.E.Me."

Seminario: I conflitti dopo il conflitto


Mercoledì 3 giugno 2009 ore 17.00,
Sala studio dell´Istituto storico
viale C. Menotti 137, Modena
I conflitti dopo il conflitto: violenza sui fascisti e crisi del dopoguerra in Emilia Romagna e Veneto
Seminario di studi con
Elena Carano, autrice del volume
Oltre la soglia : uccisioni di civili nel Veneto, 1943-1945, Cluep 2007

Nel corso del seminario, tenuto da Elena Carano, verranno toccati alcuni nodi relativi alla problematica questione della violenza contro i fascisti nell’immediato dopoguerra. Muovendo dalle conclusioni di una tesi di dottorato su questo tema nelle realtà veneta ed emiliano-romagnola, si porranno in evidenza cinque aspetti decisivi: l’eterogeneità degli elementi di crisi in atto alla conclusione del conflitto; la specificità della questione della violenza e le modalità attraverso le quali è interpretata e affrontata dai contemporanei; le analogie e le differenze fra il Veneto “bianco” e l’Emilia “rossa” nei meccanismi di uscita dalla guerra; le motivazioni e gli effetti delle riletture politico-culturali della violenza sui fascisti dagli anni Cinquanta ad oggi; i limiti e le potenzialità di fonti e bibliografia per ricerche su questi temi.
Seminario gratuito a numero chiuso (20 posti), con obbligo di iscrizione.
Per informazioni ed iscrizioni: Istituto storico di Modena, tel. 059219442, e-mail segreteria@istitutostorico.com entro mercoledì 3 giugno ore 13.00



Inerenti a tali problematiche è l'articolo apparso sul quotidiano "Il Giornale" il 22 maggio u.s. dal titolo "Ex partigiano confessa: «Quanta violenza in nome della Resistenza»".
Caro direttore,
ho 86 anni e mi scusi se sono costretto a scriverle a mano: non riesco più a usare la macchina per scrivere. Sono stato partigiano. Avevo 22 anni. Mi trovai in difficoltà con gli altri partigiani, quasi tutti reduci di guerra. Io ero il più giovane. Gli altri erano tutti sui trent’anni e anche più. Quasi tutti erano stati soldati nei vari fronti della spaventosa Seconda guerra mondiale. Io avevo ottenuto l’esonero dal servizio militare perché dovevo lavorare per alimentare i miei sette fratelli. Mio padre era morto d’infarto. Finita la guerra ci fu un’orgia tremenda con la caccia al fascista. Non soltanto venivano maltrattati quelli che avevano aderito al fascismo, ma tanti altri, che con il fascismo non avevano mai avuto nulla a che fare. Fu un’orgia tremenda, ripeto. Ricordo alcuni fatti. Un partigiano (però in quel momento si facevano chiamare partigiani anche molte persone malfamate: ladri, provocatori, gente che viveva di espedienti, furto soprattutto) andò nella casa di un impiegato comunale e volle che quella casa diventasse sua. Costrinse il malcapitato a firmare un foglio nel quale era detto che quella casa la cedeva al partigiano e pretese che la famiglia dell’impiegato uscisse di casa, perché quella casa era sua. Questo è uno dei tanti casi di quei giorni maledetti. Ho visto un carcere strapieno di gente (uomini, donne e bambini) arrestata dai partigiani perché fascista. Ricordo una donna che piangendo mi disse che lei non si era mai occupata di politica. L’avevano arrestata perché non voleva cedere la sua casa ad un partigiano. E poi altri fatti dolorosi, che mi costrinsero a ritirarmi. In quelle settimane in cui ero stato partigiano non ho visto altro che violenze tremende, appropriazioni indebite, furti, ricatti. Gli unici a comportarsi bene erano i reduci di guerra trasformatisi in partigiani. Gli altri erano soltanto ladri. Ora mi domando: io non sono in grado di fare lunghi tragitti, cammino con il bastone. E nel 1945 avevo 22 anni. Come mai esistono oggi baldanzosi partigiani che sfilano baldanzosi? Hanno la mia età? E com’è possibile che l’associazione partigiana abbia sempre nuovi iscritti? E la Quinta armata inglese e l’Ottava armata americana, che dalla Sicilia al Brennero, hanno invaso l’Italia liberandola da un regime ormai finito, non sono esistite? Solo le bande di partigiani hanno liberato l’Italia?
- Milano

ANOETA (Spagna), 5 giugno "Shaking up Anoeta's Memories"


Il 5 giugno p.v. il GAL spagnolo Aranzadi organizzerà ad Anoeta (Paesi Baschi) il primo appuntamento pubblico del progetto "Sharing European Memories" S.E.Me.

Servizio su S.E.Me. su RAI TRE RegionEuropa


Come previsto, domenica 24 maggio u.s. è stato trasmesso il servizio di Antonio Silvetri sul progetto Sharing European Memories girato a Vado di Monzuno in occasione dell'appuntamento "La guerra dei padri raccontata dai figli"
La puntata è visibile online sul sito di Rai Tre RegionEuropa

giovedì 21 maggio 2009

Donne e uomini in guerra


Dal Blog "Pensare in un altra luce" abbiamo preso questa interessante riflessione: "Donne e Uomini in guerra"
i parla delle guerre, di chi vince, di chi perde, dei morti in battaglia, ma si parla poco degli effetti “collaterali”, cioè di come la guerra cambi l’uomo dentro, lo renda un’altra persona, spesso violento, spesso depresso e a volte suicida, a volte non è solo un pericolo per i suoi nemici, ma anche per i suoi compagni o compagne o per se stesso.
Nelle basi americane in Iraq le scritte sono ovunque: «Non aggiratevi per il campo da sole dopo il tramonto». «Cercate una compagna per andare alle docce». E ancora: «In caso di aggressioni a sfondo sessuale possiamo aiutarvi: rivolgetevi a.....». È un fenomeno sempre più difficile da tenere nascosto quello degli abusi sessuali sui militari donne nelle fila delle Forze armate americane, soprattutto in Iraq e Afghanistan. Tempo fa, il Pentagono ha pubblicato dati da cui emerge che nel 2006 un terzo delle veterane ha dichiarato di essere stata molestata sessualmente - in modo fisico o verbale - mentre era sotto le armi, per lo più dagli uomini con cui si trovavano a servire: nello stesso anno, le denunce per abusi sessuali sono state 2688 e il 60% riguardava casi di stupro subiti mentre in servizio. Numeri contestati dalle associazioni di supporto ai veterani e da Helen Benedict, professore della Columbia University di New York e autrice di uno studio in materia: secondo Benedict, la percentuale di veterane che ha subito aggressioni sessuali è addirittura di un terzo, mentre fra il 71 e il 90% di loro ha vissuto molestie di tipo verbale.
Più dell' 11% dei soldati attualmente schierati nei due paesi sono donne: più in generale, le donne costituiscono il 15% delle forze militari attive e il 20% di quelle generali. Un incremento dovuto sia all' allargamento delle maglie del reclutamento scattato dopo il 2003 sia all' impiego in teatri di guerra dei componenti delle Guardia nazionale, una forza tradizionalmente impegnata all' interno degli Stati Uniti e con una componente femminile più alta. Per loro, denunciano le associazioni di supporto ai veterani, la tensione è enorme: «Subiscono, come tutti i militari, le conseguenze dello stress psicologico e quelle di eventuali ferite fisiche. In più, corrono il rischio di essere abusate e se questo capita sono sole - dice Suzanne Avila-Smith, fondatrice di Women Organizing Women - se un militare viene ferito in Iraq è trasferito in Germania e curato. Se una donna ha subito uno stupro non c' è nessuna forma di assistenza in Iraq: la risposta più comune che riceve è "torna al lavoro". Poi, se è coraggiosa, sporge denuncia e inizia un iter lunghissimo e molto duro dal punto di vista psicologico». Come molte delle persone attive nel supporto ai veterani, Avila-Smith denuncia l' immobilismo del dipartimento della Difesa.
Ma bisogna anche ricordare i traumi che si portano dentro i soldati che tornano a casa. E a raccontarlo sono due film importanti. La valle di Elah, che parla dei soldati americani tornati dall’Iraq e Valzer con Bashir che racconta la storia del regista Ari Folman in un film d’animazione e che ho recensito su Abbracci e popcorn qui e qui. Vale la spesa di andarli a vedere.

mercoledì 20 maggio 2009

Dubbio Resistenziale


Questa riflessione di un partigiano che ha combattuto nelle Langhe la prendiamo dal sito dell'Associazione modenese "Bollettario".
NO ALLA GUERRA - SEMPRE E COMUNQUE
Giorgio Barberi Squarotti
Dubbio resistenziale
Afghanistan 7 ottobre 2001

Cara Nadia,
cercherò di scrivere qualcosa, ma a me è sempre difficile dire su un tema fissato.
E poi ho qualche altro dubbio: da ragazzo, nelle Langhe, ho partecipato alla resistenza, e fu una guerra necessaria, nel suo piccolo. E allora? Come si può dire: No alla guerra sempre e comunque?
Con molti cari auguri e saluti, Giorgio Barberi Squarotti

Caro Giorgio,
non devi avere dubbi. La resistenza non è stata una guerra, ma solo una lotta armata, indispensabile per rispondere alla guerra voluta e portata avanti da altri. I partigiani, credimi, ne avrebbero fatto volentieri a meno, così come qualsiasi uomo oggi, soltanto di buon senso. Aspetto un approfondimento?
Carissimi saluti, Nadia Cavalera
27 novembre 2001

venerdì 15 maggio 2009

Monzuno 13 maggio: La guerra dei padri raccontata dai figli. Parte II


Il 13 maggio a Vado di Monzuno, nell'aula magna dell'Istituto Comprensivo Vado Monzuno si è tenuto il secondo incontro sul tema "La guerra dei padri raccontata dai figli. Le problematiche del passaggio delle memorie familiari".
Erano presenti Alessandro Baldi (figlio del partigiano Libero Baldi) e Davide Perlini (figlio del soldato inglese David Jackson che non l'ha mai conosciuto).
L'incontro è stato ripreso dalle telecamere di Arcoiris Tv, che presto metterà l'intera conferenza online sul suo sito; è intervenuto anche il giornalista Rai Antonio Silvestri: il servizio sarà trasmesso domenica 24 maggio, dalle ore 11,45 su TG3 RegionEuropa
Il link al progetto "La guerra dei padri raccontata dai figli"

Portavoce Vaticano: il Papa mai stato nella Gioventù hitleriana


Dalla Reuters del 12 maggio 2009 prendiamo questa notizia:
Portavoce Vaticano: il Papa mai stato nella Gioventù hitleriana
martedì 12 maggio 2009 15:51
GERUSALEMME (Reuters) - Il portavoce ufficiale del Vaticano ha detto oggi che Papa Benedetto XVI, di origini tedesche, non è mai stato membro della gioventù di Hitler, contraddicendo le citazioni attribuite allo stesso pontefice e diffuse dai media durante il suo pellegrinaggio in Israele.
Il reverendo Federico Lombardi ha dichiarato che il Papa, il cui discorso di ieri al museo Yad Vashem in memoria delle vittime dell'Olocausto è stato criticato da Israele perché troppo astratto, è stato membro di unità anti-aeree in cui sono stati arruolati molti giovani negli ultimi due anni della Seconda Guerra Mondiale.
Ma dopo che molte notizie diffuse dai media nel corso del suo viaggio in Medio Oriente hanno fatto riferimento alla sua militanza da adolescente nell'esercito nazista, Lombardi ha detto ai giornalisti a Gerusalemme: "Il Papa non è mai stato nella gioventù di Hitler, mai, mai, mai".
Nel libro "Il Sale della Terra", una raccolta di riflessioni religiose e autobiografiche del 1996, basato su interviste con il giornalista tedesco Peter Seewald, l'allora cardinale Joseph Ratzinger ha detto però di essere stato automaticamente arruolato nella gioventù di Hitler.
Alla domanda se ne sia mai stato membro, avrebbe infatti risposto: "All'inizio non lo eravamo, ma poi quando nel 1941 l'ingresso nella gioventù di Hitler è diventato obbligatorio, mio fratello è stato obbligato ad arruolarsi. Io ero ancora troppo giovane, ma più avanti, quando ero in seminario, sono stato registrato nella gioventù di Hitler. Appena finito il seminario, ne sono uscito".
Ha anche detto di aver fatto parte di batterie anti-aeree e di essere stato coscritto nella fanteria tedesca durante la guerra.
Lombardi non ha detto perché il Vaticano non abbia mai smentito in passato la militanza del Papa nella gioventù hitleriana. I media hanno iniziato a parlarne ancora prima che Benedetto XVI fosse eletto nel 2005, e la notizia riappare regolarmente negli articoli su di lui.
Il portavoce del parlamento israeliano, criticando il discorso al museo Yad Vashem, ha descritto il Papa come un "tedesco che si è unito alla gioventù di Hitler e ... una persona che si è arruolata nell'esercito di Hitler".
Il portavoce del Vaticano ha sottolineato la distinzione tra attivisti convinti della gioventù di Hitler e membri delle unità anti-aeree, omettendo la categoria di membri involontari della gioventù hitleriana di cui Benedetto XVI avrebbe detto di far parte, secondo le citazioni attribuitegli.
"La gioventù di Hitler era un corpo di volontari, ideologicamente e fanaticamente d'accordo con i nazisti", ha detto Lombardi.
Il corpo ausiliario anti-aereo in cui il Papa era arruolato verso la fine della guerra "non aveva assolutamente niente a che fare con la gioventù di Hitler, con i nazisti, o con l'ideologia nazista", ha aggiunto.
"E' importante dire ciò che è vero e non dire ciò che è falso su un argomento sensibile come questo", ha detto Lombardo.
La storia del corpo ausiliario anti-aerei, noto come "Flakhelfer", e quella della gioventù hitleriana, descrivono gli ausiliari come un'unità organizzata della Gioventù di Hitler.

giovedì 14 maggio 2009

Addio ad Alex Lees, l'eroe vero della 'Grande fuga'

Ringraziamo Paolo Gessani per la segnalazione di questa notizia tratta da Italiainformazione.com del 6 maggio.

Alex Lees, uno degli ultimi sopravvissuti della vera 'Grande fuga', immortalata al cinema nel 1963 dall'onomimo leggendario film, è morto all'età di 97 anni. Lo scozzese, che durante la seconda guerra mondiale fu un autista del Royal Army Service Corps, fu uno dei 150 'pinguini', come furono chiamati, ovvero i prigionieri alleati che scavarono un tunnel sotterraneo per fuggire dal campo nazista di massima sicurezza Stalag Luft III, allestito in Slesia. Lees è deceduto nella casa di riposo Erskine a Bishopton, in Scozia, vicino a Glasgow. La notizia della scomparsa, che risale al 22 aprile, è stata resa nota al 'New York Times' da un portavoce della casa di riposo scozzese, dove Lees viveva dal 2005. Al funerale di Lees è stata suonata la marcia tratta dalla colonna sonora del film 'La grande fuga', composta dal musicista Elmer Bernstein. A raccontare l'impossibile fuga di massa di 600 prigionieri di guerra dallo Stalag Luft III fu nel 1950 l'ex aviatore australiano Paul Brickhill, che pubblico' il libro autobiografico ''The great escape''. Tredici anni dopo, nel 1963, il regista John Sturges porto' sul grande schermo le avventure epiche narrate da Brichkill, interpretate da un cast stellare che comprendeva Steve McQueen, James Garner, Richard Attenborough e Charles Bronson. Alex Lees aveva 29 anni quando entro' nel Royal Army Service Corps. Il militare scozzese arrivò allo Stalag Luft III nell'aprile 1943, quando era stato già pianificato lo scavo del tunnel, ma non ancora avviato. Un paio di mesi prima Lees era stato catturato dai tedeschi durante un'operazione bellica sull'isola di Creta. Il suo ruolo nella ''Grande fuga'' fu quello di ''pinguino'', cioe' scavatore nella terra, e anche di 'palo' rispetto al piano segreto messo in atto dai prigionieri alleati.

sabato 9 maggio 2009

RaiNews24: Memorie di guerra


Da RaiNews24 un interessante servizio dal titolo "Memorie di guerra"
E’ sempre più nel digitale il luogo dove si conserva la memoria del nostro tempo. Nel Web sono ospitati tutti i filmati disponibili, da quelli in bianco e nero a quelli in alta definizione di oggi. Esplorare il tema guerra porta a fare delle scoperte interessanti. Sulla seconda Guerra Mondiale il filmato più visto è quello relativo al discorso col quale Benito Mussolini ha annunciato il tragico inizio delle ostilità. Ma è quando passato e presente si incontrano che si ottengono i risultati più straordinari: l’esecuzione di Bella Ciao da parte dei Modena City Ramblers è stata scaricata da oltre un milione di persone. A livello planetario grandi speranze ha suscitato poi l’appello del presidente americano Barack Obama sulla riduzione degli arsenali atomici. Scenari ripropone un viaggio nell’incubo nucleare, tormento delle generazioni che hanno vissuto nella seconda metà del novecento. Tornando in Italia sono la nonviolenza e il desiderio di pace ad incontrare il maggiore successo: non a caso in Rete una delle guerre più gettonate è qualla di Piero, il soldato che esita a sparare, nell’esecuzione del 1969 di Fabrizio De Andrè.

venerdì 8 maggio 2009

Durval Jr. sta girando un nuovo documentario sulla FEB


Durval Jr., apprezzato autore del documentario "O Lapa Azul", sta ora girando un nuovo documentario sulla F.E.B. e ci ha mandato questa animazione in anteprima... Approccio alla Linea Gotica.

sabato 2 maggio 2009

Altre due poesie di Celso Battaglia

Mauthausen

Quando l'uomo il senno avea perduto
a quel tempo nessun portava aiuto.
Terremoto voluto e provocato
l'un contro l'altro si trovò scagliato.

Non vi è aiuto né soccorso,
qui nessuno avrà rimorso,
Il mal su il bene ha trionfato,
salvare un uomo qui divien reato

Se cèca diviene l'ubbidienza,
a chi comanda ma non ha coscienza,
facile dire "a me l'han comandato"
in questo modo si assolve ogni reato.

Compassione, pietà, misericordia;
qui non esiste nessun se la ricorda.
Non chi farà del bene ma del male
forse la vita sua potrà salvare.

Quel mostro, quella belva, quella iena,
tutte insieme non dipingono la scena.
Apocalisse, diluvio, ecatombe,
nessun di questo verbo corrisponde.

Inventar bisogna altra parola
che nel vocabolario non v'è ancora,
Onde poter descrivere lo scenario
Poiché è fuori dall'immaginario.

Via crucis fu chiamata quella cava,
un uomo dopo l'altro stramazzava.
Difficile sarà amare questo mondo
là dove l'uomo aveva toccato il fondo

-°-°-°-°-°-°-

Partigiani

Otto settembre lo sbandamento
E' per l'Italia un gran tormento.
Altro che giorno dell'armistizio
E' cominciato il dì del giudizio.

Chi comandava ha abdicato:
Il militare è abbandonato.
Caduti in mano dell'invasore
ben aiutato dal traditore.

C'è chi reagisce e si difende:
vuole combattere e non si arrende
sacrificando la sua gioventù
per liberarci da schiavitù.

Ricco e povero; è fratellanza,
è lì che nasce l'uguaglianza.
Nel sacrificio e nel dolore
vi è volontà di farsi onore.

Coraggio amici andiamo avanti.
Oggi sian pochi domani tanti:
Formeremo una grande schiera
tutti riuniti da una bandiera.

Banditi, ribelli furon chiamati.
Ma erano quelli i veri soldati.
Loro l'Italia l'han liberata,
una repubblica ci han regalata.

Operai, intellettuali, contadini
mai si trovarono così vicini.
Dandoci questa costituzione
fonte di legge per la nazione.

Per una Patria indipendente,
una Repubblica, un Presidente.
Non ci son più né duce né re,
ma un parlamento eletto da te.

Un "nisei" torna a Massa sui luoghi dove fu ferito


Davide Del Giudice ci ha segnalato questa interessante iniziativa del ritorno a Massa di Noel Okamoto (442nd Infatrny Division "nisei") nei luoghi dove fu ferito.


L'articolo di Joice Costello è consultabile sul settimanale "The Outlook" della Caserma Ederle e Camp Darby del 30 aprile 2009 (.pdf)